Le grandi e drammatiche emozioni de “La Signora Sandokan”, con Paola Sperati, al Teatro Ambra di Alessandria, sabato 7 febbraio

Quando ero un ragazzino, un Natale, mi regalarono Le Tigri di Mompracem. Lo aprii con la timidezza di chi non aveva mai letto Emilio Salgari, e bastarono poche righe per essere travolto: uragani, pirati, foreste cupe, mari in tempesta. Sandokan, Yanez, Tremal-Naik — eroi che mi rapirono per giorni interi. Solo anni dopo scoprii che Emilio Salgari non aveva mai visto il mare. Che quelle avventure erano nate in una stanza, da un uomo che scriveva per fame e per amore. E che dietro di lui c’era una donna: Ida Peruzzi, sua moglie, rinchiusa per anni nel Regio Manicomio di Torino, in condizioni tristissime, come purtroppo accadeva in molte strutture del Regno sabaudo. Una donna dimenticata, consumata dalla solitudine e da un dolore che nessuno avrebbe meritato. È lei la protagonista di La Signora Sandokan, il potente monologo scritto da Osvaldo Guerrieri nel 2004. Oggi riproposto con una regia intensa, nata dalla sensibilità di Mariangela Santi e oggi rivisitata magistralmente e con grande cura da Silvia Perosino, che sa usare luci e silenzi come strumenti narrativi, un po’ come il grande Storaro, quasi fossero respiri che accompagnano la voce di Ida, interpretata da una intensissima e coinvolgente Paola Sperati.

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Il sipario si apre nel momento più devastante della sua vita: quando Ida apprende della morte del marito, un suicidio terribile che la colpisce come un colpo improvviso e irreparabile. È da quell’istante che la sua voce comincia a raccontare, a frantumarsi, a cercare un senso nel caos del dolore. E in quel racconto emergono anche gli anni di Verona, quando lei ed Emilio erano giovani, innamorati, pieni di speranze. Un amore vero, fatto di complicità e di sogni condivisi, che però col tempo si incrinò. Perché Salgari, travolto dalle difficoltà economiche e dalla pressione editoriale, finì per tradirla più volte, e in modo plateale. Ida lo amava profondamente, e proprio per questo quelle ferite bruciavano ancora di più: erano tradimenti che non cancellavano l’amore, ma lo rendevano più fragile, più doloroso, più umano. E qui entra in scena Paola Sperati, che dà corpo e voce a questa donna spezzata con una forza che commuove. L’ho vista due volte, e in entrambe le occasioni mi ha lasciato senza parole. Paola non interpreta: abita quel dolore, lo attraversa, lo offre al pubblico con una verità che non chiede pietà ma ascolto.

Dalla stanza del manicomio, dietro la porta chiusa dove l’infermiera Anna (Silvia Perosino) vigila impassibile, Ida racconta il suo amore per Emilio, i giorni luminosi e quelli più bui, la frattura che l’ha strappata ai figli, alla casa, alla vita. E soprattutto racconta i suoi ricordi: ricordi che non la consolano, ma la straziano. Ogni immagine del passato — un gesto, una parola, un sorriso — diventa una lama che riapre ferite mai rimarginate. Paola riesce a rendere questo tormento con una delicatezza che non attenua la sofferenza, ma la rende umana, vicina, comprensibile. E poi ci sono i momenti in cui Paola lascia esplodere la drammaticità più pura: non urla mai, non eccede, ma apre fenditure improvvise nel silenzio, come se il dolore di Ida trovasse per un attimo una via di fuga. Sono attimi intensi, quasi scultorei, in cui la scena si fa più densa e il pubblico trattiene il respiro. È in quei passaggi che si percepisce tutta la potenza dell’attrice: la capacità di passare dalla fragilità più sottile a un’energia emotiva che scuote, senza mai perdere verità. La sua voce vibra senza retorica, i suoi gesti sono precisi, il suo volto attraversato da una disperazione che resta composta, dignitosa, quasi pudica. E c’è qualcosa di ancora più raro nel suo modo di stare in scena: Paola non “mostra” il dolore, lo lascia emergere. Lavora per sottrazione, con una misura che amplifica ogni vibrazione emotiva. Il suo sguardo, a tratti smarrito e a tratti fiero, racconta più di molte parole; le mani, che si aprono e si chiudono come a cercare un appiglio, diventano esse stesse un linguaggio. È un’attrice che non interpreta un personaggio, ma una condizione umana. E questo, in teatro, è un dono raro.

E Sabato 7 febbraio, alle 21.00, La Signora Sandokan sarà in scena ad Alessandria, al Teatro Ambra di Viale Brigata Ravenna. Un’occasione preziosa per incontrare una pagina dimenticata della nostra memoria culturale. Io ci andrò di certo, a rivederla per la terza volta. Chi come me assisterà non vedrà solo uno spettacolo: vivrà un’esperienza che resta, che scava, che accompagna anche dopo il buio in sala.

Biglietti: intero €12, ridotto €10.
Con il sostegno di Ruota Libera Trap On Line, Officina PianoB, DLF Alessandria e Teatro della Juta.

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