I ritorni impossibili: quando la liberazione non basta, perchè dopo il lager la vita che non sapeva più come ricominciare

Venerdì pomeriggio, nella quiete raccolta della Biblioteca dell’ex stazione ferroviaria, a Calamandrana, si è chiuso il ciclo di iniziative dedicate al Giorno della Memoria. A guidare l’ultimo appuntamento è stata Nicoletta Fasano, storica astigiana e figura di riferimento nel panorama piemontese per gli studi sulla deportazione, sul fascismo, sul nazismo e sui sistemi reazionari. Laureata in Materie Letterarie all’Università di Torino e diplomata in Paleografia, Diplomatica e Archivistica, Nicoletta Fasano lavora all’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Asti dal 1987 e ora ne è la Direttrice. La sua attività di ricerca attraversa territori complessi: la storia del razzismo e dell’antisemitismo, la cultura e la religione ebraica, i movimenti delle donne, le stragi nazifasciste, fino alla cultura dell’estrema destra europea. Un lavoro rigoroso che ha dato vita a saggi e volumi fondamentali, tra cui il recente Se tutto il mare di questa terra fosse inchiostro… deportazioni, storia, memorie, che raccoglie anni di studio e testimonianze.
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A Calamandrana, Nicoletta Fasano ha portato, con la sua voce calda e ben timbrata e un modo di porre limpido e vibrante nello stesso tempo, una importante riflessione dedicata a “Sopravvivere al lager: i difficili ritorni”, affrontando una delle pagine più complesse e meno raccontate del dopoguerra: la vita dopo l’indicibile. Con la precisione che la contraddistingue, ha mostrato come la liberazione non coincise affatto con la fine della sofferenza. Il ritorno a casa fu spesso un secondo trauma: silenzi, incomprensioni, famiglie impreparate, comunità che non sapevano come ascoltare. Molti sopravvissuti dovettero ricostruire non solo la propria quotidianità, ma la propria identità. Ci ha narrato tante e tante vicende che non conoscevo bene, drammatiche e terribili. Perché molti pensano che appena liberati, i vari internati della Germania nazista, siano subito tornati a casa senza problemi. E senza differenze fra le varie tipologie di internati. Come il fatto che i poveri ebrei sopravvissuti sono stati poi trattenuti per parecchio tempo ancora nei campi, ovviamente senza più violenza, ma comunque sempre prigionieri. Quasi a diventare quello che Nicoletta Fasano ha definito Homo Lagerianus, con la mente e lo stesso linguaggio totalmente distorti dai terribili anni di internamento. Del resto parliamo di un movimento di ritorno, nelle varie nazioni europee, di un numero incredibile di esseri umani: circa 25 milioni di perone!

E quando rientrano? Nicoletta Fasano ha citato la testimonianza di Anna Cherchi, di Loazzolo. Suo fratello, partigiano, era stato fucilato a Vesime, nella Langa astigiana. Anna racconta che quando sono rientrate in Italia è stato dato loro un pacco di viveri…che conteneva 4 pagnotte di pane durissimo, 5 mele e del latte andato a male, imbevibile. Una bella accoglienza, no? E i militari? Erano stati 650.000 i deportati militari, che però prima di tornare a casa venivano a lungo interrogati dalle autorità italiane per vedere se avevano tradito…allucinante. Poi, molti di loro, hanno testimoniato che, al momento del rientro fra le mura domestiche, i parenti non li riconoscevano. Anche perchè era cambiato anche il loro linguaggio, che era diventato volgare, scurrile, violento. E l’amore? Agostino Meda, di Alfiano Natta, ha espresso con veementi parole la sua incapacità di amare, e di aver rapporti sessuali, dopo il lager. Alla stragrande maggioranza delle donne era scomparso il ciclo mestruale, ma in Italia non c’erano medici in grado di aiutarle. Ci ha portato testimonianze davvero drammatiche, di vera follia. Emblematica la vicenda dell’Avvocato Jona. Nel Lager i suoi due figli adolescenti erano stati messi fra gli abili lavoratori, ma lui stesso li aveva spinti ad andare insieme alla madre…e tutti e tre erano stati subito destinati alle camere a gas e ai forni crematori. E lui, tornato, ha passato il resto della vita ad aggirarsi fra le vie di Torino, come uno spettro, gridando il nome dei suoi cari persi ad Auschwitz. Terribile.

Poi Nicoletta Fasano si è soffermata sui contrasti – spesso violenti – fra i diversi tipi di internati, come gli Ebrei, i militari, i politici. E poi le carenze legislative: la prima legge che riconosce lo status di deportato è. pensate un po’, del 1961…e i primi sussidi sono stati erogati nel 1968! Incredibile. E a quanti sono stati erogati? 8200 politici, 2000 militari e, udite udite, 300 (si avete letto bene, trecento) ebrei. Pazzesco. E poi, il funerale solenne del Deportato Ignoto…i cui poveri resti sono stati raccolti, in una sorta di tragico recupero, in una fossa comune di Auschwitz e poi, il primo novembre 1948, traslati nel cimitero monumentale di Torino. Poi si è detto della situazione degli internati militari.Per fortuna la maggior parte di loro sono sopravvissuti. Questa vicenda viene narrata assai bene in un libro, L’altra Resistenza, di Alessandro Natta. Che illumina una pagina rimossa della nostra storia: quella, appunto, dei militari italiani internati nei lager dopo l’8 settembre. Non un saggio accademico, ma un racconto limpido e necessario, in cui la voce dell’autore — lui stesso internato — restituisce dignità a una resistenza silenziosa, fatta non di armi ma di scelte morali. Natta segue i soldati nei campi, nelle baracche, nei lavori forzati, mostrando come la loro opposizione al nazifascismo passasse attraverso la fame, la paura, la solitudine, e tuttavia non cedesse. È un libro che non cerca eroi, ma uomini: fragili, stanchi, eppure capaci di dire no. Una testimonianza che dialoga profondamente con il tema dei “ritorni difficili”, perché molti di quei militari, come i deportati civili, tornarono in un Paese che non sapeva ascoltarli.

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Così l’incontro è diventato, a poco a poco, un luogo di restituzione collettiva. Molti presenti sono intervenuti con memorie personali intense, a volte drammatiche, che hanno dato alla conferenza una dimensione umana ancora più profonda. Non semplici domande, ma frammenti di vita, ricordi di famiglia, storie custodite per anni e condivise con una sincerità che ha attraversato la sala. In questo clima di ascolto reciproco, anche io ho portato la mia testimonianza, ricordando il lavoro dedicato a L’ultima staffetta, di Lorenzo Grattarola, di Ponzone. Un libro che raccoglie la vicenda di un partigiano poi internato a Buchenwald. Un diario genuino di un ragazzo del 1926, che dopo aver fatto la staffetta partigiana, è stato nei campi satelliti di Buchewald, come schiavo lavoratore. Una bella testimonianza contributo che ha intrecciato la ricerca storica con la memoria viva del territorio, mostrando come la storia non sia mai distante quando la si incontra attraverso le voci di chi l’ha attraversata o l’ha raccolta. In conclusione, possiamo quindi affermare, di questo incontro che, tramite Nicoletta Fasano – e anche un poco le nostre testimonianze – si restituiva dignità a quelle esistenze interrotte, sospese. massacrate dalla Storia e dalla follia nazifascista. Il suo intervento ha completato il percorso del Giorno della Memoria spostando lo sguardo oltre l’orrore dei campi: verso la lunga, fragile ricostruzione umana che seguì. Un invito, implicito ma forte, a considerare la memoria non come un rito annuale, ma come un impegno quotidiano verso chi è tornato, in un mare di difficoltà, oltre che verso chi non ha potuto farlo.
