Quando la Storia ce la insegna un romanzo: riflessioni su “La chimera” di Sebastiano Vassalli.

Pochi giorni fa vi ho parlato di un bellissimo libro, del Prof. Roberto Cicala, dedicato alla vita e all’opera narrativa e non solo, di quell’immenso autore che è stato Sebastiano Vassalli. (https://www.alessandria24.com/2026/01/16/raccontare-litalia-da-casale-monferrato-con-il-testo-di-roberto-cicala-una-serata-per-sebastiano-vassalli-tra-emozione-memoria-e-verita/). Vassalli ha scritto moltissimi romanzi davvero straordinari. Lasciate che ve ne presenti uno, un grande capolavoro, ambientato nella Vercelli del ‘600…un lontano passato, che, forse, non è mai veramente passato: La Chimera.
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Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una vicenda: la insegnano. E, a volte, lo fanno con una forza che i libri di Storia — pur necessari, pur rigorosi — non riescono a raggiungere. È un’opinione personale, certo, e forse discutibile per i cultori della disciplina. Ma resta un fatto: la Storia, quando passa attraverso la carne viva della narrativa, può commuovere, ferire, trasformare. Può renderci diversi. Un manuale di Storia può illuminare, può spiegare, può contestualizzare. Ma difficilmente vi farà tremare le mani o vi farà salire un nodo alla gola. Un romanzo, invece, può farlo. E La chimera di Sebastiano Vassalli è uno di quei libri che non si dimenticano, perché non si limitano a informare: feriscono. Del resto, viene attribuita da qualcuno al grande scrittore Kipling l’aforisma Se la storia fosse insegnata sotto forma di storie, nessuno la dimenticherebbe. Forse è una citazione apocrifa, ma la sua verità a mio avviso è evidente. Questo, e altri romanzi di Vassalli, poi, lo dimostrano con assoluta generosità. A me è successo, leggendo questo testo, ad esempio, di commuovermi, di indignarmi, di sentire immensa empatia con la povera protagonista della vicenda. E non mi vergogno di essermi commosso. Tuttavia sappiate che Vassalli non usa un grammo di retorica, non cerca mai la lacrima facile, non indulge in scorciatoie emotive. Eppure, proprio per questo, colpisce con una precisione quasi crudele. La sua scrittura è una lama che non vibra: incide.

Chi era Sebastiano Vassalli. Sebastiano Vassalli (1941–2015) è stato uno di quegli scrittori che non si limitano a raccontare: scavano. Nato a Genova ma cresciuto a Novara, ha fatto del Piemonte — delle sue pianure, delle sue nebbie, dei suoi silenzi — una sorta di laboratorio dell’anima italiana. Nei suoi romanzi, pubblicati in gran parte da Einaudi (e ora in fase di ripubblicazione da Rizzoli), la Storia non è mai un fondale: è una forza viva, spesso crudele, che modella destini e smaschera ipocrisie. Io l’ho letto molto, negli anni. L’ho seguito nei suoi percorsi più diversi, dalle biografie immaginate alle ricostruzioni storiche, dalle ossessioni poetiche alle indagini antropologiche. E più lo leggevo, più mi convincevo che Vassalli fosse uno dei grandi: uno di quegli autori che non cercano il consenso, che non si lasciano addomesticare, che non cedono alla tentazione della retorica. La sua scrittura è limpida e tagliente, capace di compassione senza mai diventare sentimentale, capace di indignazione senza mai diventare pamphlet. La chimera, pubblicato nel 1990, è forse il suo vertice: un romanzo che unisce rigore documentario e potenza narrativa, e che riesce a far parlare un’epoca intera attraverso il destino di una sola ragazza. È il libro che più di altri mostra la sua capacità rara: trasformare la Storia in esperienza emotiva, e l’emozione in conoscenza.

Un Seicento che brucia ancora. L’opera è ambientata nel Piemonte del Seicento, tra Vercelli e Novara: una provincia oscura, chiusa, dominata da superstizione, ignoranza e violenza quotidiana. Vassalli ricostruisce quel mondo con una lucidità che non concede sconti. Non c’è nostalgia, non c’è compiacimento antiquario: c’è la volontà di guardare in faccia un’epoca che ha fatto dell’odio e della paura i propri strumenti di governo. Al centro della narrazione c’è Antonia: una trovatella troppo bella, troppo libera, troppo “non allineata” per non diventare bersaglio della comunità. Prima la diffidenza, poi l’ostilità, infine l’odio. E, come spesso accade nella Storia, quando la comunità non basta, arriva l’istituzione a completare l’opera: l’Inquisizione — che mi rifiuto di definire “santa”, perché nulla ha di santo ciò che nasce dalla disumanità. Antonia viene abbandonata, torturata, violentata, uccisa. Una vittima perfetta per un’epoca che aveva bisogno di colpevoli più che di verità. Una giovane donna che paga il prezzo di essere se stessa in un mondo che non tollerava l’indipendenza, la bellezza, la differenza. Leggendo La chimera si incontra il vero volto del Seicento: non quello edulcorato o moralizzato, ma quello feroce. Si incontra anche il Cardinale Borromeo, ben lontano dalla figura luminosa celebrata da Manzoni. Si incontrano superstizione, stupidità, odio, persecuzione verso chiunque non fosse omologato. È un romanzo tremendo, perché tremendo era il tempo che racconta. Eppure, proprio per questo, è necessario.

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La poesia di un titolo. Il titolo, La chimera, è un omaggio a Dino Campana, poeta irregolare e sfortunato, cui Vassalli ha dedicato pagine memorabili. La chimera è il Monte Rosa: la bellezza irraggiungibile. Campana arrivò a Novara una sera di settembre, senza vedere nulla perché era già buio. La mattina seguente, attraverso le inferriate di un carcere, vide il Monte Rosa in un “cielo pieno di picchi / bianchi che corrono”: un’apparizione lontana, inafferrabile, come l’amore che inseguiva e che non avrebbe mai raggiunto. Una chimera, appunto. Questa immagine, così poetica e così tragica, diventa la chiave di lettura del romanzo: la bellezza che non si può toccare, la libertà che non si può avere, la vita che non si può vivere. Antonia è una chimera per il suo tempo: qualcosa che non si comprende e che, proprio per questo, si distrugge. Se non avete mai letto questo romanzo, fatelo. Non è solo un viaggio nel passato: è uno specchio che ci costringe a guardare ciò che la paura, l’ignoranza e il conformismo possono generare in ogni epoca. È un libro che parla del Seicento, certo, ma parla anche di noi: delle nostre fragilità, delle nostre paure, delle nostre persecuzioni più sottili. Se ne esce diversi, un poco più consapevoli, un poco più vulnerabili, un poco più umani. E forse è questo che la grande letteratura dovrebbe sempre fare: non consolarci, ma donarci consapevolezza.

