“Raccontare l’Italia” da Casale Monferrato, con il testo di Roberto Cicala: una serata per Sebastiano Vassalli tra emozione, memoria e verità.

C’era un’atmosfera sospesa, quasi rituale, ieri sera nel salone del Castello del Monferrato. La luce morbida, il mormorio discreto delle persone in attesa, le opere di Sergio Floriani che costellavano le pareti con le loro geografie dell’io: tutto preparava a un incontro che andava oltre la semplice presentazione di un libro. Era un ritorno, un richiamo, un atto di fedeltà verso una delle voci più lucide e necessarie della nostra letteratura. Prima ancora che iniziasse la presentazione, la serata si è aperta con un momento particolarmente toccante: la moglie – ora purtroppo vedova – di Sebastiano Vassalli, Paola Todeschino Vassalli, ha voluto portare il suo saluto. Le sue parole, delicate e ferme, hanno restituito, con semplici pennellate, un’immagine intima dello scrittore, lontana dalle classificazioni critiche: l’uomo che lavorava in silenzio, che osservava il mondo con uno sguardo insieme severo e compassionevole, che cercava nella storia non un rifugio ma una lente per decifrare il presente. È stato un inizio carico di emozione, e molti in sala lo hanno avvertito come un dono.
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Poi è stata la volta dei due protagonisti della serata: Roberto Cicala, autore del volume Raccontare l’Italia. I libri di una vita di Sebastiano Vassalli (Il Mulino), e Giovanni Tesio, amico, critico, voce imprescindibile per comprendere l’opera di Vassalli. Io ero lì, nel pubblico. Mi era chiaro fin dall’inizio che non sarebbe stata una serata qualunque: ho letto moltissimo di Sebastiano Vassalli, da anni seguo il filo della sua opera come si segue un sentiero su cui si torna sempre, e lo considero senza esitazioni uno dei più grandi scrittori italiani del nostro tempo. Romanzi come La Chimera, Stella Avvelenata, Un infinito numero, Partenope…e così potrei elencare per parecchio, sono entrati nella mia anima quando li ho letti, nei decenni, e non ne sono più usciti.

E ora lasciate che vi dica due parole su Roberto Cicala, l’editore che conosce i libri “dal di dentro”. Eh sì, ascoltare Roberto Cicala è stato come entrare nella stanza in cui Vassalli ha lavorato. Editore, docente universitario alla Cattolica e a Pavia, filologo, direttore della casa editrice Interlinea, collaboratore di quotidiani come la Repubblica e Avvenire, Cicala non è un semplice studioso: è un uomo che vive circondato da libri e archivi, da corrispondenze, da bozze, da carte che respirano. Ha lavorato con autori, collane, manoscritti, e ha dedicato anni alla cura dei testi altrui, in un modo che oggi potremmo definire quasi artigianale. Con Vassalli ha condiviso carte, dialoghi, processi creativi. E ieri lo si è percepito chiaramente: ogni parola che proferiva era carica di una familiarità che non è semplice vicinanza, ma rispetto profondo. Come quando ha raccontato che Vassalli, sempre un po’ ruvido, si faceva accompagnare da lui alle presentazioni dei suoi libri, ma quando Cicala gli faceva la prima domanda, rispondeva sempre, bruscamente, con una cosa tipo “Ma questo che c’entra?”…salvo poi, magari, a suo tempo e suo modo, rispondere…

Ma nel corso dell’incontro è tornato spesso il ritratto apparso su Tuttolibri, sabato scorso, di Giovanni Tesio dove Vassalli viene descritto, nel titolo, come “l’antisentimentale per cui gli italiani sono sempre gli altri”. Una definizione illuminante, come lo è tutto l’articolo, che ha il merito di condensare in poche parole non solo la grande pregnanza nella narrativa del suo tempo, ma anche la postura morale dello scrittore: severo, refrattario alla retorica, insofferente alle indulgenze con cui spesso ci raccontiamo. Tesio lo ha ricordato con chiarezza: Vassalli non accettava scorciatoie; la sua ironia era un modo per difendere la verità dai sentimentalismi. Cicala ha aggiunto che la sua lingua — piana, lineare, quasi cronachistica — era un modo di togliere, più che di aggiungere: una scelta di onestà, non di stile.

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Per Roberto Cicala, inoltre, presentare il libro proprio a Casale Monferrato aveva un significato assai profondo. Qui Vassalli ha vissuto, qui ha amato, qui ha scritto, qui si è spento nel 2015. E con questa città aveva un rapporto simbolico e affettivo fortissimo, anche grazie alla presenza della moglie.
In Il mio Piemonte aveva scritto: «Casale è il luogo dove le due realtà, colline e pianura, si incontrano e si confrontano da sempre: è la nostra piccola Costantinopoli padana…» Quando ieri questo passo è stato letto, il silenzio della sala è cambiato. È diventato più intenso, come un ascolto collettivo che va oltre le parole. Ma il libro, che ora è qui fra le mie mani, e non vedo l’ora di degustare e leggere con la giusta attenzione e lentezza, è un viaggio dentro la sua vita e la sua opera. Il percorso di narratore storico di Vassalli è stato ripercorso con ampiezza: dal Seicento de La chimera, al Settecento di Marco e Mattio, dall’Italia ottocentesca e novecentesca di La notte della cometa, Il cigno, Cuore di pietra, fino alle epoche più remote di Terre selvagge e Un infinito numero. Ma Cicala ha sottolineato che Vassalli non racconta mai la storia per ricostruirla, ma per smascherarla: cerca nei secoli passati le radici di ciò che siamo oggi.

Poi si è parlato di un romanzo davvero unico, di Vassalli, che mi ha profondamente colpito: “Stella avvelenata”. Potremmo definirlo la storia di un’utopia che nasce da Casale. La discussione su quel testo è stata uno dei momenti più intensi della serata. La storia del giovane Leonardo Sacco, partito da Casale nel 1441 per studiare a Parigi e finito tra gli eretici del Libero Spirito, contiene uno dei pensieri più duri e veri dello scrittore: «Non esiste una stella che non sia in qualche modo avvelenata.» Cicala lo ha detto con rispetto ed emozione, e forse per questo ha avuto un effetto ancora più potente. Vassalli non voleva demolire i sogni e le utopie: semplicemente li guardava nella loro fragilità. Poi la presentazione è giunta al termine. Ma lasciare il Castello di Casale, ieri sera, è stato come uscire da una stanza che ancora parlava. La voce di Vassalli, quella ricordata dai suoi amici e dalla moglie, quella, potente e unica, restituita dai suoi testi, sembrava rimanere sospesa nell’aria. Ripensavo alle tante cose lette di quello scrittore mirabolante ma severo nei modi. Non era nostalgia. Era gratitudine. Gratitudine per uno scrittore che ha raccontato l’Italia senza paura di guardarla davvero.

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