Il cuore inquieto dell’Espressionismo all’Arca di Vercelli: diario di una visita piena di emozione.

Tornare all’Arca, per un viaggio nell’Espressionismo che ci riguarda ancora, riguarda quel tempo, e ci tocca profondamente. Per me tornarci venerdì scorso è stato un viaggio davvero mistico, coinvolgente. E ora vorrei condividere con voi la mia visita. eh, sì: Tornare all’Arca è sempre un’emozione. Ogni volta che entro nell’ex Chiesa di San Marco ho la sensazione di varcare una soglia sospesa, un luogo che non si limita a ospitare l’arte ma la amplifica, la fa vibrare. Le volte gotiche, la luce che scende dall’alto con una grazia mai invadente, il silenzio che avvolge i passi: tutto invita a rallentare, a guardare davvero. E Venerdì, davanti alla mostra Guttuso, De Pisis, Fontana… L’Espressionismo Italiano, questa emozione si è rinnovata. Un percorso intenso, vibrante, che attraversa un quarto di secolo di inquietudini e fragilità, dal 1920 al 1945, e che ancora oggi riesce a interrogare chi lo attraversa. Ma ci sono altre emozioni che mi accolgono quando ritorno in questo luogo, che ho frequentato per tanti anni, anche se non so dire esattamente quali sono i confini di queste emozioni, e a cosa sono dovute. Forse è il silenzio. Forse è la luce che scende dall’alto come un pensiero. Forse è il fatto che, ogni volta, qualcosa mi cambia. In più venerdì, entrando nell’Arca, ho sentito subito che non si trattava solo di un’esposizione. Era un campo di tensione. Un luogo dove il colore non consola, ma resiste. Dove la pittura non decora, ma ferisce. Dove gli artisti non cercano di rappresentare il reale, ma di deformarlo, interrogarlo, reinventarlo.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

Voglio aggiungere, però, che L’ex San Marco non è solo contenitore, ma parte viva dell’esperienza. Quando esco dal contenitore modernissimo che ospita la mostra, ogni volta mi concedo una lenta passeggiata fra le volte alte, con il loro il respiro gotico, le colonne che sembrano trattenere il tempo. I frammenti di affreschi, le ombre che si muovono lungo le pareti, la luce che scende dall’alto come una benedizione laica. Ogni opera appena vista e introitata, in questo spazio sospeso in cui passiamo, sembra parlare più forte. Non certo perché urli, ma perché è ascoltata. La bellezza della chiesa non distrae: intensifica. È come se l’architettura stessa, riscoperta e restaurata con tempi lunghi e non senza difficoltà, avesse scelto di custodire le ferite dell’espressionismo, i suoi colori, i suoi corpi inquieti.

E ora è giusto accennare a Giuseppe Iannaccone: non solo il collezionista che ha prestato le opere, ma un appassionato accompagnatore alla mostra. Si, perchè in una specie di nicchia laterale, ho potuto gustare il video introduttivo alla mostra. E ho sommamente apprezzato quello di Giuseppe Iannaccone. Che, appunto, non è solo il collezionista: è il custode emotivo di questa mostra. La sua voce non spiega, non racconta, o meglio, non solo. La sua voce coinvolge, con smisurata passione. Parla delle opere come si parla di incontri che hanno cambiato la vita. Racconta il momento in cui un quadro lo ha chiamato, il perché di una scelta, il significato che nel tempo ha preso forma. A mio avviso, Iannaccone non ha collezionato per possedere: ha collezionato per proteggere. Per dare casa a una pittura che il tempo voleva dimenticare. E mentre lo ascolto, capisco che questa mostra non è solo un percorso storico: è una biografia emotiva. Al termine del video mi sento sollevato da terra, portato in quella sorta di spazio metafisico dove l’arte ritrova la sua vera ragione d’essere: diventare manifesto contemporaneamente di bellezza e di vita vissuta.

E poi, naturalmente, le opere. Non posso certo parlarvi di ciascuna opera, anche se tutte meriterebbero una chiosa. Vi dirò di quelle che a memoria ricordo con maggiore intensità. A cominciare dai tre magnifici ritratti di Guttuso, con il suo colore che brucia con una vividezza estrema. E un politico e un critico, così incredibilmente diversi fra loro, accomunati da una sapienza coloristica suprema. E poi quello di Mimise, sua futura moglie, meritatamente il manifesto della mostra.  Ma poi Birolli: i taxi rossi e la corsa cieca, un lampo metafisico urbano, una corsa che non sa dove andare. Il rosso qui è ansia, è modernità che travolge, è smarrimento. Ho pensato a un’Italia che correva verso il futuro senza sapere dove stesse andando. E Birolli lo aveva capito benissimo.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

E poi, ancora, le tante meraviglie. Scipione: il suo Cavalli davanti a un mattatoio, vero presagio della sua morte. A prima vista un luogo desolato, due cavalli, uno bianco, simbolo di innocenza, davanti ad un mattatoio. Lo guardi e provi malinconia. Ma poi il titolo ha cominciato a pesare. Perchè il Mattatoio non era solo il luogo rappresentato: era Scipione stesso. Era il suo corpo fragile, la sua vita che si consumava troppo in fretta. Era un autoritratto senza figura, un presagio, un “io” finale della parola mattatoio che era sottolineato, era la sua vita che si spegneva. E ho percepito un silenzio diverso, più denso, come se l’artista fosse ancora lì, a raccontare il breve volo della sua giovinezza.

E poi, come un colpo di tamburo, il grande dipinto di Aligi Sassu: La battaglia dei tre cavalieri. Cavalli impennati, corpi tesi, un cielo che incombe. Al centro, un uomo su un cavallo bianco che sorregge un corpo esanime. Non è trionfo: è pietà. È resistenza. È un rifiuto della guerra così netto, così umano, che i governanti dell’epoca non potevano tollerarlo. Sassu non illustrava: denunciava. E la sua tela ancora oggi vibra come un grido.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

E in quella sala dove il colore diventa resistenza, mi sono fermato davanti a un dipinto di Fausto Pirandello. Una scena di corpi distesi, rilassati, quasi abbandonati — eppure nulla è pacifico. Il rosso acceso di una veste, il bianco che scorre come drappo, i frutti, la vegetazione, la nudità: tutto vibra di una dolcezza inquieta, di un’intimità che non consola. Non è un Eden, ma un luogo sospeso tra desiderio e malinconia. Pirandello non idealizza: trasfigura. Il corpo non è mai perfetto, ma sempre vero. E quel vero — imperfetto, carnale, vulnerabile — è la sua forma di narrazione fisica e metafisica.

E che dire di Angelo Del Bon: Lo schermidore, una figura solitaria, in abito chiaro, immersa in un’atmosfera che non è sportiva, ma metafisica. Il gesto è trattenuto, il corpo quasi evanescente, lo sfondo consumato dal tempo. Tutto è bianco, ma non vuoto. È un bianco che sospende, che interroga, che resiste senza gridare. Del Bon non cerca il clamore: cerca la soglia. Una pittura fatta di silenzio, di sottrazione, di distanza. E, per tutto il percorso, quasi come un’eco del nostro tempo, le opere di Norberto Spina. ,Giovane, inquieto, necessario. Non imita l’Espressionismo: lo ascolta.
Lo attraversa. Lo interroga. Le sue tele sembrano chiedere cosa significhi oggi esprimere fragilità, urgenza, dissenso. La sua presenza non si contrappone alla mostra: la rilancia, perchè è un ponte tra epoche, un promemoria che l’inquietudine non appartiene mai a un solo secolo. Bella l’idea di questa dialettica passato/presente con la voce profonda e forte di un giovane artista.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

Mi fermo qui. Non posso parlarvi di tutte le opere, lo fa il catalogo, ottimamente ben curato. Spero di acervi dato almeno un’idea delle mie emozioni. Quando ho lasciato l’Arca, avevo però addosso una sensazione difficile da nominare. Non era malinconia, non era turbamento, non era consolazione. Era qualcosa di più sottile: la consapevolezza che l’arte, quando nasce dalla fragilità, sa parlare a ogni epoca, anche alla nostra. E mentre me ne andavo, attraversando il portone della ex Chiesa di San Marco, l’Arca, appunto, con ancora negli occhi i colori incredibili di Guttuso, il Taxi metafisico di Birolli, il grido violento di Aligi Sassu, la dolente ferita di Scipione, , il corpo inquieto di Pirandello, il bianco sospeso di Del Bon e la presenza giovane e molto intrigante di Norberto Spina e l’importante valore aggiunto del video e della voce appassionata e coinvolgente di Iannaccone, ho pensato una cosa semplice e inevitabile: non vedo l’ora che in questo luogo magico si apra un’altra mostra capace di sorprendermi così.