Ma come caxxo parlano i nostri figli? Cronache linguistiche di un cinquantenne disorientato

C’è stato un momento preciso, netto, irreversibile, in cui ho capito di essere passato ufficialmente dalla parte sbagliata della storia. Non quando ho iniziato a dire “ai miei tempi”, né quando ho scoperto che le sneaker costano quanto una rata del mutuo, né quando ho cominciato a controllare l’etichetta del vino per capire se mi farà dormire male. No. Il momento fatale è stato quando mio figlio mi ha detto: “Papà, l’ho moggato di brutto”.
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L’ho guardato. Lui ha guardato me. Io ho sorriso come si sorride a un cucciolo che ha appena vomitato sul tappeto. Poi ho chiesto: “In che senso?”.
“Nel senso che l’ho sconfessato, umiliato, superato. L’ho moggato”. Ah. Chiaro. Limpido come un referto medico scritto in aramaico.
Moggare deriva da mog, abbreviazione di mogul? Da mogging inglese? Da un meme? Da un angolo oscuro di Twitch? Non importa. Importa solo che nel 2025 moggare significa sconfiggere qualcuno in modo netto, possibilmente con una componente di superiorità estetica o sociale. Non basta vincere, bisogna moggare. E io che pensavo che “stracciare”, “asfaltare” o “fare a fettine” fossero già sufficientemente violenti.
Ma moggare è solo l’inizio. Perché il lessico giovanile del 2025 è un luna park linguistico dove ogni parola nasce già ironica, muore già superata e risorge sotto forma di abbreviazione ancora più incomprensibile.
Prendiamo trailardare. Che non è un verbo uscito da un manuale di falegnameria medievale, ma significa “impegnarsi”, “darsi da fare”, con una sfumatura di sbattimento esistenziale. “Oggi trailardo sul progetto”. Traduzione per over 45, ossia, oggi mi rompo l’anima lavorando, ma senza alcuna speranza di riconoscimento economico.
Oppure sixseven. Che non è una marca di sigarette coreane né un film di Godard mai girato, ma indica una situazione né buona né cattiva. Così così. Mediocre. Una via di mezzo emotiva.
“Com’è andata la verifica?”
“Sixseven.”
Ah. Un tempo si diceva “meh”. Ora serve un codice numerico che sembra la combinazione di una cassaforte.
E mentre io annoto mentalmente queste parole come un etnografo stanco, mi rendo conto di una cosa spaventosa. Le sto ascoltando davvero. Non le sfotto più. Cerco di capirle. Peggio, a volte le uso male, provocando imbarazzi generazionali che mi vengono rinfacciati per settimane.
Perché sì, lo confesso, io, da giovane, sfottevo i miei genitori. Li prendevo in giro senza pietà.
“Mamma, non si dice ‘che figata’, si dice spacca”.
“Papà, nessuno dice più ‘ganzo’, svegliati”.
Li guardavo come oggi guardano me: creature lente, inadatte, linguisticamente obsolete. E godevo. Oh, se godevo.
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Ora il karma è tornato con gli interessi.
Perché oggi sono io quello che chiede: “Ma cosa vuol dire cringiare?”.
“Papà, è cringe. Non cringiare”.
E poi ci sono parole meravigliose come delulu (delusional, vivere in una realtà alternativa autoindotta), main character energy (sentirsi protagonisti della propria serie Netflix), NPC (non-player character, cioè tu, io, chiunque non sia interessante), soft launch (presentare una relazione senza ammettere che è una relazione), hard pass (no secco ma con stile), ghostare (sparire come mia sorella dopo Natale), flexare (ostentare), triggerare (far incazzare), rant (sfogo), bro (chiunque, anche tua madre se serve).
E mentre i ragazzi producono questo magma lessicale iperattivo, ogni anno i dizionari, seri, con la copertina rigida e l’aria importante, fanno entrare parole nuove come se fossero invitati a una cena elegante: algoretica, cybercondria, transizione ecologica, iperconnessione.
Parole educate. Composte. Pulite. Che bussano.
Il linguaggio dei giovani, invece, sfonda la porta, rutta e si siede sul tavolo.
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Il punto è che i dizionari inseguono la lingua come un nonno col deambulatore in un rave. Quando finalmente registrano una parola, quella è già morta, sepolta, derisa.
Scrivono “cringe” quando i ragazzi sono già passati a dire “imbarazzante ma in modo meta-ironicamente consapevole”. Inseriscono “ghosting” quando ormai è roba da boomer sentimentali.
E io, nel mezzo, cerco di tenere insieme tutto: la nostalgia per quando bastava dire “sballo”, il fastidio per quando non capisco un cazzo, e la tenerezza nel vedere i miei figli giocare con le parole come io giocavo con i miei vinili.
Perché sotto sotto lo so. Non è che parlano male. Parlano diverso. Parlano veloce. Parlano come si vive oggi: a meme, a frammenti, a citazioni. È una lingua che nasce per essere condivisa, remixata, buttata. Non vuole durare. Vuole funzionare adesso.
E allora sì, mi scappa di dire, ma come cazzo parlano i nostri figli? Ma subito dopo mi ricordo di mio padre che diceva… ma come cazzo ti vesti.
E di mia madre… ma come cazzo scrivi.
E capisco che il problema non è il linguaggio. È il tempo. Il tempo che passa. Il tempo che cambia le parole e ti sposta lentamente, senza avvisarti, dalla parte di quelli che non capiscono più.
E va bene così.
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Perché forse diventare vecchi non significa smettere di capire tutto. Significa continuare ad ascoltare, anche quando ti sembra sixseven. E magari non moggheremo mai più nessuno.
Ma almeno possiamo trailardare per restare un po’ dentro il gioco, con dignità, ironia e un dizionario aperto sul comodino. Che tanto, tra dieci anni, rideranno anche di loro.
