Piercarlo Fabbio: Alessandria, servitù carcerarie e soluzioni possibili

Alessandria. In merito alla polemica sorta a seguito delle esternazioni del Sindaco Giorgio Abonante relativamente all’ipotesi di evoluzione di San Michele in una sorta di supercarcere, ospitiamo un intervento del Sindaco Emerito Piercarlo Fabbio che contribuisce a fare chiarezza sul problema e le sue implicazioni per la nostra città e la sua amministrazione.
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“La questione sollevata dal direttore Taggiasco, a seguito delle dichiarazioni del
sindaco Abonante, non è peregrina, anzi. Il primo cittadino pecca almeno di
eccessiva semplificazione, perché avere un carcere in pieno centro cittadino è
già di per sé stessa una vicenda che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli ad
ogni amministratore pubblico. Eppure, è stata, almeno da quindici anni,
trascurata se non addirittura ritenuta problema d’altri. Del resto, il regime
penitenziario è competenza della Stato e cosa c’entrerebbe un Comune?
Molto. E posso spiegarlo. Nel 2009/2010, durante il mio mandato, avevamo
cercato una soluzione a quella che viene chiamata una “servitù carceraria” per
la città. La discussione non era sorta all’improvviso. Persino il Consiglio di
Quartiere Centro, negli anni Ottanta, aveva posto alle allora amministrazioni
socialcomuniste il tema del penitenziario di piazza Don Soria, che, ovviamente,
era rimasto irrisolto. Mentre felicemente era stato condotta a soluzione l’altra
servitù, quella del giudiziario di via Parma, con la riqualificazione a parking
urbano.
Qual era la soluzione individuata dall’Amministrazione da me presieduta?
Quella di mettere intorno ad uno stesso tavolo più soggetti, senza lasciare che
solo lo Stato prendesse iniziative. Così si era riusciti a far discutere
l’amministrazione penitenziaria nazionale e regionale, l’iniziativa privata e il
Comune. Ognuno di questi aveva in mano una leva risolutrice: lo Stato premeva
per poter spostare il “Don Soria” in una nuova ala del carcere di San Michele; il
privato poteva costruire tale nuova struttura, permutando l’area attuale
occupata dal carcere in pieno centro città e mettendola a reddito; il Comune
avrebbe avuto l’incarico di ridisegnare le destinazioni d’uso urbanistiche della
zona e di tutelare, insieme alla Soprintendenza, le parti più storiche del carcere,
che, come si sa, era stato costruito a metà Ottocento sul sedime prima
occupato dal convento di San Bernardino. Quindi non ci stava solo
un’operazione di liberazione urbana da una struttura pericolosa (inutile
ricordare la rivolta del 1974 e i sei morti della barbarie), ma anche una
riqualificazione interessante della zona, ove sarebbe rimasta solo l’attuale
caserma, che avrebbe potuto anche trovare un’altra soluzione residenziale. In
aggiunta si sarebbe realizzato pure un recupero di radici storiche della città e
della sua storia.
La stessa Amministrazione penitenziaria riteneva il carcere di San Michele e una
sua potenziale nuova ala come ben più difendibile, rispetto al “Don Soria”,
peraltro ora intitolato a Cantiello e Gaeta due vittime della rivolta del 1974. Sul
sito di Antigone la struttura viene presentata come “in stato di grande degrado e
necessiterebbe di ampie ristrutturazioni un po’ ovunque: nelle sezioni detentive,
negli spazi comuni, negli uffici degli operatori.”
In allora si era arrivati ad un buon punto nel delineare la soluzione al problema e
negli archivi dell’Amministrazione comunale dovrebbe esserci ancora
l’epistolario fra i soggetti interessati e le varie disponibilità raccolte dal Comune,
prima di dare il via ai bandi pubblici necessari e alle delibere di variazione
urbanistiche. Salvo che furie iconoclaste non abbiano preso un tesoro per
banali scartoffie.
Dopo di allora, però, la questione non ha più trovato soluzione e tutto è rimasto
come prima. Ora si pensa allo Stato come unico soggetto responsabile, quando
è palese che ognuno abbia un suo ruolo. Anche il Comune, che almeno fino a
poco tempo fa, ad esempio, pensava alla logistica come risorsa per il rilancio
del territorio, per poi nicchiare a lungo. Anche in questo caso, dopo la vendita a
tal fine, avvenuta durante il mio mandato, del sedime di San Michele, nulla si è
realizzato e l’iniziativa di alcuni imprenditori si è scontrata più volte con le
chiusure più o meno esplicite del Comune.
Ma forse il collegamento un po’ avventato tra delinquenza, insicurezza e
logistica, che il sindaco Abonante ha ricordato, finisce per avere solo una
giustificazione spaziale, visto che il carcere di San Michele è proprio sito innanzi
all’area della Schiccavela, venduta dal Comune per una grande realizzazione e
che negli ultimi quindici anni ha visto solamente lo spostamento del canile
Cascina Rosa. Un po’ poco…”
Piercarlo Fabbio
