Il blues che accende Novi: Kenny “Blues Boss” Wayne incanta il Teatro Marenco

Novi Ligure, 5 gennaio 2026. Un anno che inizia all’insegna della grande musica. Eh si, nel cuore dell’inverno, quando la pianura si fa più silenziosa e le feste lentamente se ne vanno e si ritirano lasciando, spesso, dietro di sé solo luci spente e malinconie, il Teatro Romualdo Marenco ha acceso una serata che resterà nella memoria. Sul palco, Kenny “Blues Boss” Wayne, leggenda vivente del piano blues, ha trasformato il lunedì in un rito collettivo di ritmo e rivelazione. Vestito con la sua giacca scintillante e il cappello piumato, Wayne non ha solo suonato: ha raccontato, ha evocato, ha fatto danzare le ombre. Con lui, una band di altissimo livello: Russell Jackson al basso, (ma anche voce solista), Heggy Vezzano alla chitarra, Joey Dimarco alla batteria. Insieme hanno costruito un paesaggio sonoro che sembrava attraversare le strade di New Orleans e le vie strette di Novi, senza soluzione di continuità.
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Ma chi è Kenny “Blues Boss” Wayne? Uno straordinario profeta del Blues e del Boogie. Eh si, ci sono musicisti che salgono sul palco come se entrassero in una stanza qualunque, e poi c’è Kenny “Blues Boss” Wayne: uno che porta con sé un pezzo di mondo ogni volta che si siede al piano. Lo vedi arrivare con la sua giacca scintillante, il cappello piumato, il sorriso largo di chi ha attraversato decenni di musica e non ha perso un grammo di stupore. Ma dietro quell’eleganza un po’ teatrale c’è una storia lunga, fatta di città che odorano di mare, di asfalto caldo, di club fumosi dove il blues non è un genere ma un modo di respirare. Nato nel 1944 a Spokane, cresciuto tra San Francisco, New Orleans, Los Angeles, Kenny ha assorbito la musica come si assorbe una lingua madre. Ha ascoltato Nat King Cole come si ascolta un padre, Fats Domino come un fratello maggiore, Ray Charles come un maestro severo. E poi ha camminato, suonato, accompagnato altri, imparato a stare nell’ombra prima di trovare la sua luce. Quando negli anni ’80 si stabilisce a Vancouver, il blues canadese non è ancora pronto per lui — ma lui lo diventa per il blues. Da lì in avanti, ogni disco è un tassello di un mosaico più grande: un pianoforte che non si limita a correre, ma racconta; una voce che non imita, ma ricorda; un modo di stare sul palco che è insieme rito, gioco, confessione.

Jeff Johnson, insigne critico americano, ha scritto che non c’è pianista boogie-woogie oggi capace di battere gli 88 tasti con la stessa convinzione di Kenny. E non è un’esagerazione: quando le sue mani scendono sulla tastiera, sembra che il pianoforte diventi un animale vivo, un compagno di viaggio, un testimone. Ma la cosa più sorprendente è un’altra: Kenny Wayne non suona per dimostrare qualcosa. Suona per condividere qualcosa. Un ricordo, una ferita, una gioia, una strada percorsa troppo in fretta o troppo lentamente. E ieri sera, al Teatro Marenco di Novi Ligure, quella storia lunga più di sessant’anni è arrivata tutta intera: non come un monumento, ma come un uomo che porta con sé la sua musica e la offre al pubblico con la semplicità di chi sa che il blues, alla fine, è una forma di verità. Così fra un’intensa Mr. Blueberry Hill, languida e malinconica, una scatenata Something’s going on in my room, una ritmatissima e coinvolgente Goin’ To Chicago. siamo arrivati al bis dove, in solitaria, ci ha donato una commovente What a Wonderful World, che ha lasciato tutti noi con il fiato sospeso.

Però credo sia giusto che vi dica qualcosa anche sugli splendidi musicisti che hanno suonato con lui. A cominciare da Russell Jackson, che non suona il basso: lo abita. È nato a Memphis e si è formato nella Chicago più dura, quella dove il blues non perdona gli improvvisati. Da lì è stato notato da Otis Clay e poi da B.B. King, che lo ha voluto nella sua orchestra per quasi sette anni, portandolo in tour in tutto il mondo. È stato il primo a introdurre lo slap bass nel blues, guadagnandosi il soprannome di Groove Guru. Quando ieri sera ha iniziato a suonare, si è capito subito: il suo basso non ccompagna, guida. Tiene insieme la band come una spina dorsale elastica, precisa, elegante. Ogni nota è un passo sicuro, ogni pausa un respiro che dà spazio agli altri.

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Antonio “Heggy” Vezzano è uno di quei chitarristi che non hanno bisogno di presentazioni: basta una frase musicale e capisci che sei davanti a un interprete vero. Autodidatta, innamorato della musica black fin dagli anni ’80, ha suonato con alcuni dei nomi più importanti del blues internazionale e italiano, da Andy J. Forest a Nina Zilli, passando per collaborazioni con artisti americani come Syl Johnson e Denise La Salle. La sua chitarra non è mai invadente: respira. Sa quando graffiare e quando accarezzare, quando stare un passo indietro e quando accendere il palco.Ieri sera, nei dialoghi con il piano di Kenny, sembrava quasi parlare una lingua segreta. E infine Joey “Pocket” DiMarco. Il batterista che viene dalla scena canadese, dove da quasi quarant’anni è considerato un punto fermo: un batterista solido, preciso, capace di dare groove senza mai strafare. Ha lavorato con una lunga lista di artisti blues e R&B, tra cui Kenny Wayne stesso, Studebaker John, Bruce Conte dei Tower of Power, Jack de Keyzer e molti altri. Lo chiamano The Pocket perché il suo tempo è un luogo sicuro: ci puoi entrare e non ti perdi. Ieri sera la sua batteria era un motore discreto, ma indispensabile: teneva insieme tutto, con una naturalezza che solo i musicisti maturi possiedono. E Insieme sono una band vera. Perchè la grandezza di questi musicisti non sta solo nella tecnica — che è altissima — ma nella loro capacità di ascolto. Non rubano la scena, non cercano il virtuosismo fine a sé stesso: servono la musica. E quando una band suona così, il concerto diventa un organismo vivo, un respiro collettivo.

Da dire che in quella splendida bomboniera che è il Teatro Marenco, Il pubblico — attento, partecipe, emozionato — ha risposto con calore e gratitudine. C’era chi conosceva ogni nota, e chi scopriva il blues per la prima volta. Ma tutti, per un’ora e mezza, hanno condiviso lo stesso groove, battendo le mani, quasi ballando pur bell’abbraccio delle poltrone, sottolineando con tantissimi applausi tutti i brani e gli assoli dei vari musicisti, con un calore e una partecipazione davvero encomiabili. E quando Wayne ha lasciato che il piano parlasse da solo, in assoli che sembravano venire da lontano, da un’America che non è solo geografia ma memoria, dolore, gioia, tutti eravamo straordinariamente coinvolti e trasportati in luoghi lontani: quello del Blues più sincero e genuino. Il Marenco Music Festival, ha dimostrato ancora una volta che la musica può essere epifania: rivelazione, incontro, luce che si accende anche nei luoghi più quieti. E tornando verso casa, con la nebbia che riprendeva possesso della strada, il blues sembrava ancora lì, a camminarmi accanto.

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