Carlo Cerrato alla scoperta, dopo Emilia Cardona (detta Milli), di un’altra grande donna piemontese: l’astigiana Ester “Pucci” Verrua

Ci sono persone che non si limitano a raccontare un territorio: lo abitano, lo ascoltano, lo proteggono. Carlo Cerrato è una di queste. Per decenni è stato una delle voci più autorevoli della RAI, capace di dare forma e profondità alle vicende del Piemonte con uno stile sobrio, preciso, mai compiaciuto. Oggi, in pensione (ma un grande giornalista va mai veramente in pensione? Glielo ho chiesto molte volte, ma lui evita di rispondermi), continua a essere un punto di riferimento culturale, forse ancora più di prima. Carlo è il Direttore della Fondazione Giovanni Goria, che da anni sostiene il giornalismo di qualità e la formazione delle nuove generazioni, e guida la Casa dell’Artista di Portacomaro, un luogo che sotto la sua cura è diventato un crocevia di creatività, incontri, memorie condivise. Due ruoli che non sono titoli, ma estensioni naturali del suo modo di essere: un uomo che crede nel valore della cultura come bene comune. Aggiungo che, per me, Carlo non è soltanto un grande giornalista: è un amico. Uno di quelli che sanno ascoltare senza fretta, che trovano il dettaglio giusto, la parola che apre un varco. E ogni volta che leggo un suo articolo, ritrovo quella sua capacità rara di far emergere la dignità delle persone, soprattutto di quelle che la storia ha lasciato ai margini. Il suo recente pezzo su Ester Verrua, moglie di Ferruccio Parri, ne è un esempio limpido: un racconto che unisce rigore e tenerezza, memoria e presenza, restituendo voce a una figura femminile che ha attraversato il Novecento con coraggio e discrezione.
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La storia di Ester “Pucci” Verrua non è una storia minore. È una di quelle vite che scorrono accanto ai grandi eventi senza mai cercare la ribalta, e proprio per questo diventano essenziali. Carlo Cerrato l’ha riportata alla luce con la sua consueta delicatezza, ma la sua figura merita ancora di più: merita di essere ascoltata come si ascolta una voce che viene da lontano, e che ancora oggi ha qualcosa da insegnare. Ester nasce ad Asti, in una famiglia dove la cultura non è un ornamento, ma un modo di stare al mondo. Studia, legge, si forma con una serietà che all’epoca non era affatto scontata per una giovane donna. Conosce Ferruccio Parri — futuro capo del Governo, figura centrale dell’antifascismo e della Resistenza — e lo sposa il 2 gennaio 1922, a Scurzolengo. È un matrimonio che non promette quiete: promette impegno, rischio, responsabilità. Quando il fascismo stringe la sua morsa, Ester non resta nell’ombra. Non è la moglie che attende notizie: è una compagna di lotta, una presenza vigile, una mente lucida. Partecipa, sostiene, protegge. E quando arriva il momento più duro, paga in prima persona: il confino, il carcere, l’esilio. Luoghi dove la dignità si misura in silenzi, in resistenze interiori, in piccoli gesti che non si piegano. Le lettere di Parri — quelle che Carlo ha riportato nel suo articolo — rivelano un legame profondo, fatto di stima e di tenerezza, ma anche di una comune idea di libertà. «A Roma un uomo sincero ha fortuna di un cane orgoglioso… Penserei appena possibile di volare da voi…». Sono parole che raccontano non solo un amore, ma una complicità politica e morale. Dopo la Liberazione, quando Parri diventa Presidente del Consiglio, Ester rimane la stessa: discreta, solida, mai incline alla vanità del potere. Continua a essere un punto fermo, una presenza che non chiede nulla e dà moltissimo. Una donna che ha attraversato il secolo con passo fermo, senza mai tradire se stessa.

Ma la vicenda di Ester Verrua non appartiene soltanto al passato. È una storia che continua a risuonare oggi, in un tempo che ha un disperato bisogno di esempi silenziosi e tenaci come il suo. Perché Ester non fu un’eroina da monumento: fu una donna che scelse, giorno dopo giorno, di non arretrare. E questa capacità di resistere senza clamore, di difendere la propria dignità anche quando nessuno guarda, è forse la lezione più urgente che ci lascia. Nel nostro presente — così rapido, così incline a dimenticare — figure come la sua ci ricordano che la libertà non è un bene acquisito una volta per tutte. È un equilibrio fragile, che si regge anche sulla forza discreta di chi non ha mai avuto un ruolo ufficiale, ma ha saputo sostenere, proteggere, custodire. Ester lo fece per Parri, certo, ma soprattutto per un’idea di Paese che non voleva vedere piegato. E poi c’è un altro aspetto che parla al nostro tempo: la centralità delle donne nella storia, spesso taciuta, spesso relegata ai margini. Ester non fu un’appendice del marito: fu una protagonista silenziosa, una mente colta, una presenza che seppe trasformare la cultura in resistenza. Oggi, mentre si discute ancora di parità, di memoria, di riconoscimento, la sua figura emerge come un invito a guardare meglio, a leggere tra le righe, a restituire voce a chi l’ha avuta troppo poco. Il Monferrato, con le sue colline che conservano più di quanto mostrino, è pieno di storie così: vite che non hanno fatto rumore ma hanno lasciato un segno. Raccontare Ester significa anche ricordare che la storia non è fatta solo di grandi nomi, ma di persone che hanno saputo tenere la rotta quando tutto sembrava smarrirsi.

Raccontare la storia di Ester Verrua significa, dunque, anche interrogarsi sul nostro rapporto con la memoria. Viviamo in un tempo che corre veloce, che consuma notizie e dimentica volti, che spesso lascia scivolare nell’ombra proprio quelle figure che hanno sostenuto, con discrezione e fermezza, i momenti più fragili della nostra storia. Eppure, senza di loro, il racconto del Novecento sarebbe monco, incompleto, privo di quella dimensione umana che dà senso agli eventi. Le donne come Ester — colte, coraggiose, capaci di resistere senza clamore — sono state per troppo tempo relegate ai margini della narrazione ufficiale. Non perché mancassero di valore, ma perché la storia, per secoli, ha avuto uno sguardo parziale, spesso cieco alle presenze silenziose che tenevano insieme le famiglie, le comunità, perfino i movimenti politici. Restituire loro voce non è un gesto nostalgico: è un atto di giustizia. Carlo Cerrato lo ha fatto più volte, con la sensibilità che gli riconosco da sempre. Lo ha fatto con Ester, riportandone alla luce la forza e la dignità. E lo ha fatto anche con Emilia Cardona, la celebre “Milli”, nel suo libro MILLI: una donna brillante, moderna, spesso fraintesa, che attraversò il mondo dell’arte e della cultura con una libertà che ancora oggi sorprende. Anche lei, come Ester, è una figura che rischiava di essere inghiottita dal tempo, e che invece Carlo ha saputo restituire nella sua complessità, nella sua vitalità, nella sua verità. Preservare la memoria significa questo: non lasciare che le vite si dissolvano, non permettere che il silenzio cancelli ciò che ha avuto valore. Significa riconoscere che la storia non è fatta solo di grandi nomi, ma di persone che hanno saputo incidere nel loro tempo con gesti piccoli e decisivi. E significa, soprattutto, dare spazio alle donne che hanno attraversato il secolo con coraggio, intelligenza e una forza spesso invisibile. Raccontare Ester, raccontare Milli: forse occorrerebbe raccontare tutte le figure femminili che la storia ha sfiorato senza trattenere: è un modo per ricordarci chi siamo, e per capire chi potremmo ancora diventare.

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