La maschera che indossiamo lavorando: il romanzo “Faccia da impiegato”, ovvero il ritorno al vetriolo di Sonia Fogagnolo

Ho conosciuto Sonia Fogagnolo di persona qualche mese fa, in un pomeriggio che profumava di carta nuova e di storie in arrivo. Avevo, infatti, appena presentato il bel libro – di economia umanistica – di Elisa Bussolo a Solero, luogo di residenza di entrambe, peraltro. Avevo visto Sonia nel pubblico, e mi aveva fatto molto piacere. Ma in realtà l’attendevo, perchè mi aveva portato il suo libro per ragazzi, La gatta di Cleopatra, e ricordo ancora il modo in cui lo teneva e con cui me l’ha porto: con una delicatezza che non era timidezza, ma rispetto. Rispetto per la storia, per i lettori, per quel piccolo universo felino che aveva creato con cura e immaginazione. Ed era un racconto luminoso, attraversato da un vento antico, capace di far viaggiare i bambini e di sorprendere gli adulti. Una fiaba mediterranea che sapeva di Egitto, di Roma, di coraggio e di amicizia. Per chi fosse incuriosito, invito alla lettura della mia recensione in merito: https://www.alessandria24.com/2025/12/17/il-viaggio-incantato-della-gatta-di-cleopatra-nella-delicata-novella-di-sonia-fogagnolo/ . Ritrovarla oggi con Faccia da impiegato, che ho terminato di leggere oggi, è come incontrare la stessa voce, ma in un’altra stagione della vita. Non più la luce morbida delle fiabe, ma il neon degli uffici; non più l’avventura di una gatta regale, ma le battaglie silenziose di un impiegato qualunque. Non più un storia per giovani, ma per adulti disincantati e fragili. Eppure, sotto la superficie, c’è la stessa attenzione per le identità che cambiano, per le maschere che indossiamo, per le crepe che rivelano chi siamo davvero.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

Il nuovo romanzo, infatti, è un affondo nel cuore inquieto del lavoro impiegatizio. Faccia da impiegato (Capponi Editore, 2025) arriva in libreria come un colpo di tosse in una stanza troppo silenziosa. È un romanzo che non si limita a descrivere il mondo del lavoro: lo attraversa, lo smonta, lo osserva da vicino, con un’ironia che graffia e una lucidità che non fa sconti. Parlandone con lei, davanti ad un ottimo caffè, lo ha definito tragicomico. Io lo definirei anche amaro, realistico, malinconico. In effetti il libro si muove su quel filo sottile dove il sorriso si incrina e lascia intravedere una verità più amara, un gioco di menzogne degno di Pirandello, una scrittura piana e apparentemente leggera, ma piena di ombre e di sorprese. Sonia in quel mondo ci ha lavorato, e diversi anni. Infatti mi ha spiegato che, se storia e personaggi sono inventati, e molte situazioni sono volutamente grottesche, c’è però un solido legame con la realtà.  E come potrebbe non esserci, vien da riflettere, quando la precarietà e l’insensatezza dei rapporti umani, e le relative dinamiche tossiche, sono diventate il sottofondo costante delle giornate di lavoro impiegatizio? Infatti il protagonista principale, dal nome che solo apparentemente induce all’idea di fuga, di libertà, Enea Monili, è probabilmente un antieroe, che ci assomiglia più di quanto vorremmo. La vicenda si svolge nel 2009, nel pieno della crisi economica globale. Roma non è distopica: è semplicemente reale. Enea Monili, giovane impiegato dal coraggio incerto, viene promosso, da coordinatore che, in modo assai paternalistico, viene chiamato Zio, a responsabile della comunicazione in un prestigioso centro ricerche. Una promozione che profuma di trappola: lui vorrebbe un aumento salariale che non arriva, ma in compenso il suo superiore lo controlla con una condiscendenza protettiva assai inquietante. Poi l’arrivo del nuovo presidente — Igor Rossetti, autoritario e imprevedibile — trasforma l’ufficio in un campo di battaglia.

Ma Enea non è un eroe: è un uomo che inciampa nella propria obbedienza, che spesso vorrebbe dire no ma quasi sempre dice sì, che vorrebbe alzare la testa ma la piega per abitudine. Sonia Fogagnolo lo segue con uno sguardo che non giudica, ma ascolta. E in questo ascolto nasce la tensione del romanzo. La “faccia da impiegato”: una maschera che salva e imprigiona. Il titolo stesso  è una chiave, quasi una confessione, denigrata dal Presidente con assoluto disprezzo, è quella maschera che indossiamo per sopravvivere, quella che ci permette di sopportare umiliazioni, compromessi, silenzi. Che ci protegge, ma ci disumanizza, mi ha detto l’autrice. Ma il romanzo non parla mica solo di Enea e dei suoi colleghi: parla di tutti noi. Di quella parte di noi che si adegua, che si nasconde, che si lascia modellare dal ruolo. Il romanzo ci costringe a guardare quella maschera da vicino. A chiederci quanto del nostro volto appartenga ancora a noi. E il tutto vive e respira in un ufficio che diventa teatro dell’assurdo. Infatti, nel libro, l’ufficio non è un luogo neutro: è un palcoscenico. Dove ci sono colleghi eccentrici, riunioni interminabili, buste paga che diventano assai evanescenti, ordini assurdi. E se Sonia Fogagnolo, con attenta maestria narrativa, certo esaspera, tuttavia non inventa. E il grottesco diventa una lente d’ingrandimento, che mostra ciò che spesso preferiamo ignorare. E ogni frase del Romanzo è molto misurata, come se l’autrice sapesse che il dramma non sta nei grandi eventi, ma nei dettagli: un badge timbrato, un sorriso forzato, un ordine impartito con troppa gentilezza.

Ma ora lasciate che vi parli della scrittura e dello stile di Sonia, che ritengo davvero notevoli. Perchè la scrittura di Sonia Fogagnolo colpisce per la sua limpidezza: una chiarezza che non semplifica, ma illumina. Le sue frasi sembrano scolpite nell’aria, precise senza essere fredde, misurate senza risultare asciutte. È una prosa che procede per sottrazione, come se l’autrice cercasse sempre il punto esatto in cui la parola diventa rivelazione. In questo, la sua voce ricorda da vicino quella limpidezza morale e stilistica che Italo Calvino considerava un valore: la leggerezza come forma di profondità, la precisione come forma di rispetto. Sonia Fogagnolo osserva i suoi personaggi con uno sguardo attento, quasi chirurgico, ma mai distaccato. Ogni gesto, ogni tic, ogni incrinatura diventa una chiave per entrare nella loro interiorità. È una scrittura che non alza la voce: lascia che siano i dettagli a parlare. E proprio questa compostezza rende più tagliente il grottesco che attraversa Faccia da impiegato, dove l’ironia non è un gioco, ma un modo per dire la verità senza gridarla. Come Calvino, Fogagnolo costruisce scene nitide, quasi dei piccoli quadri autonomi, in cui ogni elemento è al suo posto. Ma rispetto a Calvino, la sua leggerezza è più terrestre, più quotidiana: nasce dal dolore trattenuto, dalle crepe del reale, dalle maschere che indossiamo per sopravvivere. È una leggerezza che non plana dall’alto, ma cammina dentro le cose. Il risultato è uno stile che unisce rigore e calore, lucidità e compassione. Una scrittura che non vuole stupire, ma vedere. Che non vuole giudicare, ma capire. E che, proprio per questo, riesce a raccontare il mondo del lavoro — e le sue ombre — con una forza che resta impressa. Un romanzo che non vuole consolare, ma rivelare. Che non vuole giudicare, ma interrogare. E lo fa benissimo. Un romanzo da leggere.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner