Il Capodanno, ossia la seduta spiritica collettiva travestita da party

C’è una notte all’anno in cui persone, di solito sobrie, indossano cappelli improbabili, baciano sconosciuti, fanno saltare tappi con la stessa espressione di chi ha appena vinto una guerra e accettano di mangiare lenticchie alle due del mattino senza fare domande. È la notte di Capodanno. Tutti la festeggiano. Quasi nessuno sa perché.
Ufficialmente, brindiamo “al nuovo anno”. In realtà celebriamo una cosa molto più antica e meno elegante. E’ la paura del tempo che passa. L’umanità, da sempre, ha il terrore dei momenti di passaggio. I Romani lo sapevano bene e dedicarono il primo giorno dell’anno a Giano, il dio bifronte, una faccia al passato, l’altra al futuro. Non brindavano con lo spumante, bevevano vino, spesso pessimo, ma il concetto era lo stesso: se dobbiamo attraversare una soglia, meglio farlo un po’ alticci.
Poi ci sono i botti. Apparentemente inutili, spesso molesti, sempre pericolosi per dita, cani e buonsenso. Eppure, hanno una storia nobile. In Cina, già nel IX secolo, i petardi servivano a scacciare gli spiriti maligni. L’idea era semplice, ossia fare così tanto rumore da convincere il male a cambiare quartiere. Da allora la tecnica non è molto migliorata, ma il principio resta, se il futuro ci spaventa, urliamogli contro.
Il brindisi collettivo è un altro rito arcaico mascherato da festa. Bere insieme crea comunità, sospende le gerarchie, rende tutti momentaneamente uguali. A mezzanotte il manager e lo zio complottista condividono lo stesso bicchiere, lo stesso augurio e la stessa vaga illusione che “quest’anno sarà diverso”.
E poi c’è il fuoco. Fuochi d’artificio. Luci. Scintille. Il fuoco serve a illuminare il buio, a segnare una rinascita. È il modo più antico per dire “ok, il vecchio anno è bruciato, vediamo cosa succede adesso”.
Il Capodanno non è una festa frivola. È un rito apotropaico di massa, una seduta spiritica collettiva travestita da party. Beviamo per non pensare, facciamo rumore per non sentire il silenzio, illuminiamo il cielo per convincerci che il futuro non è poi così nero.
E funziona. Per almeno cinque minuti. Poi qualcuno accende l’ultimo petardo, qualcun altro apre l’ennesima bottiglia, e il tempo, educatamente, riprende a scorrere. Ma noi, anche quest’anno, abbiamo fatto il possibile. E non è poco.
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