La notte in cui il clarinetto ha aperto il tempo del Natale: Stefania Salvatore e Alessandro Gianola a Casal Cermelli, in un viaggio tra musica e memoria.

Casal Cermelli è, per la mia anima, uno di quei paesi che non si limitano a esistere: accadono. Accadono nei gesti quotidiani, nelle iniziative che fioriscono con semplicità e tenacia, nelle sere in cui la musica diventa rito e memoria. È un luogo che non ha bisogno di clamore per essere vivo: bastano una sala parrocchiale, un pianoforte, un clarinetto, e la volontà condivisa di stare insieme. Qui, tra le vie che forse ricordano ancora il passo dei miei avi, tra le pietre che hanno ascoltato le voci di mio padre e di mia nonna, ogni evento è più di un appuntamento: è un ritorno. Un ritorno a ciò che conta, a ciò che resta, a ciò che ci tiene uniti. Casal Cermelli organizza molto — e lo fa con grazia. Presentazioni di libri, concerti, momenti di festa, occasioni di incontro: ogni proposta è un invito a non lasciarsi andare, a coltivare bellezza anche nei giorni più semplici. E quando la musica arriva, con fora e con grazia, come è accaduto domenica 21 dicembre, non è solo intrattenimento: è memoria che si fa suono, è affetto che si fa armonia, è paese che si fa casa. Ed è stato il viatico per un Natale di gioia e bellezza.

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Nel salone parrocchiale di via Cavour 9, in quel paese dove l’aria sembra ancora custodire l’ombra degli avi, si è tenuto un concerto che ha avuto il ritmo lento ma gioioso – e un poco segreto – dei ritorni interiori. Organizzato da Insieme per leggere odv, in collaborazione con la Parrocchia B.V. Assunta e la Pro Loco, l’evento ha visto protagonisti Stefania Salvatore al pianoforte (elettronico) e Alessandro Gianola al clarinetto. La serata, introdotta come sempre da un’appassionata Mariangela Dotto, che di Inseme per leggere è la Presidente, si è aperta con Chopin — ma non nella sua veste consueta. Le pagine scelte provenivano dalla raccolta Chopin for Clarinet and Piano (PWM Edition), una serie di trascrizioni da originali pianistici, dove la voce del clarinetto si innesta con delicatezza nel tessuto armonico, trasformando la malinconia delle mazurke in un canto che si fa preghiera. La sala, quasi d’improvviso, si è fatta più fragile, come se il tempo avesse trattenuto il fiato per ascoltare. Il clarinetto — voce suadente, ombra che si scioglie nell’aria — ha raccolto quella malinconia iniziale e l’ha portata più lontano. Il pianoforte, con mani luminose e pazienti, lo seguiva e insieme lo guidava: come accade tra due persone che si amano da anni, un passo accanto, un passo dentro, uno sguardo che racconta musica.

Che tra i due interpreti scorresse affetto era evidente. Lo si percepiva nei rapidi scambi di sguardi, nelle pause che diventavano rifugio, in quel modo di sfiorarsi senza toccarsi che appartiene solo a chi condivide un’intimità profonda. Tra clarinetto e pianoforte scorreva una malinconia buona, una corrente lieve che non ferisce ma apre varchi: come una porta socchiusa nella casa dei tuoi antenati. Seduto lì, in quella sospensione, ho capito che quella musica non era soltanto un concerto. Era un dolente ritorno, un richiamo antico, un ricordare senza parole. Una voce che da lontano mi chiamava a sé, nel tempo perduto della memoria. Ma era solo l’inizio. Infatti, dopo Chopin, la serata ha trovato un nuovo respiro con il Vocalise di Sergej Rachmaninov, pagina senza parole che sembra nascere direttamente dal fiato umano. Nel dialogo tra clarinetto e pianoforte, quel canto puro e sospeso si è trasformato in una linea di luce: il clarinetto ne ha raccolto la dolcezza struggente, mentre il pianoforte la sosteneva con un’onda morbida, quasi materna. Il Vocalise, nella sua nudità melodica, ha aperto un varco ancora più intimo: una malinconia che non pesa, ma solleva; una nostalgia che non ferisce, ma accompagna. In quel momento, la sala non era più un luogo: era un respiro condiviso.

Dopo il Vocalise, la serata ha cambiato ancora colore, aprendo una finestra inattesa sul mondo cinematografico e letterario. Gli interpreti hanno infatti proposto brani tratti dalle colonne sonore dei film ispirati ai romanzi di Jane Austen: pagine musicali che portano con sé l’eleganza dei salotti inglesi, la grazia dei sentimenti trattenuti, la delicatezza delle emozioni che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi sentire. Il clarinetto, con il suo timbro caldo e narrativo, sembrava dare corpo ai sospiri di Elinor Dashwood, ai silenzi di Anne Elliot, ai passi esitanti di Elizabeth Bennet. Il pianoforte, luminoso e discreto, ricamava intorno a quelle melodie un’atmosfera di sospensione, come se il tempo si fosse fatto più gentile, più educato, più “austeniano”. Era un omaggio inatteso e raffinato, che ha portato nella sala un soffio di romanticismo d’altri tempi: non quello urlato, ma quello che si riconosce nei dettagli, negli sguardi, nelle pause. Una musica che non invade, ma accompagna; che non pretende, ma suggerisce.

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Alessandro Gianola ha imbracciato, a questo punto,  il clarinetto basso, e la sala ha percepito subito un nuovo respiro: più profondo, più scuro, più terrestre. Con quello strumento dalla voce cavernosa e dolcemente ruvida, gli interpreti hanno affrontato due brani di Erik Satie, trascritti dagli originali pianistici. La semplicità ipnotica di Satie, filtrata attraverso il timbro del clarinetto basso, diventava quasi un mantra: un passo lento, un’ombra che si allunga, un pensiero che si fa eco. Poi, come un’improvvisa apertura di finestre, è arrivata Summertime di George Gershwin. Il clarinetto ha preso la melodia con un calore quasi vocale, mentre il pianoforte la sosteneva con un ritmo morbido, oscillante, come una sera d’estate che non vuole finire. Era un momento di leggerezza intensa, di malinconia che sorride. A seguire, alcuni brani natalizi, eseguiti con la grazia di chi sa che la musica di dicembre non è solo festa, ma anche memoria, infanzia, attesa. Melodie conosciute, ma restituite con una delicatezza nuova, come se ogni nota fosse un piccolo dono.

E poi, a sorpresa, la chiusura: The Gunner’s Dream dei Pink Floyd. Un brano che non ti aspetti in un contesto così intimo, e proprio per questo ancora più potente. Il clarinetto ne ha raccolto la linea melodica con una dolcezza che ne ha rivelato la fragilità nascosta, mentre il pianoforte ne sosteneva la tensione emotiva. È stato un commiato intenso, quasi un sussurro di speranza dentro un sogno ferito. E forse è proprio questo che la musica sa fare quando trova il luogo giusto, il momento giusto, il cuore giusto: trasformare una sera qualunque in un incontro musicale notturno che non si dimentica. L’ultima nota del clarinetto è rimasta sospesa un istante, come se cercasse un luogo dove posarsi. E in quell’istante ho capito che la musica non finiva con gli applausi, anzi: continuava in noi, nei nostri ricordi, nelle nostre case e in quelle dei nostri antenati, come in un incontro tenerissimo fra passato e presente. Perché ogni concerto, qui, per me, non è mai solo musica. È un ritorno. È un’eredità che respira. È ciò che resta quando tutto tace.

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