Radici, viaggi e identità in fermento – Tra Istanbul e il Monferrato, storie che fermentano nel nuovo romanzo di Riccardo Marchina

Vini “migranti”, come la malvasia di origine greca che trova nuove radici sulle colline del Monferrato; una ricerca quasi fortuita delle origini venete del protagonista; un’inchiesta giornalistica sui furti d’arte che conduce fino a Istanbul, città speculare a Venezia, dove Oriente e Occidente finiscono per confondersi. E poi i gatti, presenze costanti e simboliche, capaci di attraversare mondi e culture.
Sono questi alcuni degli elementi portanti di Altre fermentazioni, il nuovo romanzo di Riccardo Marchina, pubblicato da Sisifo Edizioni (145 pagine, 17 euro).

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Giornalista e scrittore, Marchina si muove da anni su un terreno narrativo dove ironia e profondità convivono. Nei suoi libri il quotidiano diventa spesso una soglia, dietro la quale si apre una riflessione più ampia sul tempo, sulle radici e sul senso dell’appartenenza. Collabora con Hurrà grigi e Alessandria24.com, per la quale cura la rubrica Fermenti di vita. Ha pubblicato sette romanzi e numerosi racconti apparsi in varie antologie.

Il protagonista di Altre fermentazioni è Ivo, giornalista torinese vicino ai cinquant’anni, impegnato in un’inchiesta su una serie di furti legati al mondo dell’arte.

Un’indagine che lo porta fuori da Torino, prima verso Istanbul e poi a Feltre, luogo delle sue origini familiari. Quello che all’inizio appare come un incarico professionale si trasforma progressivamente in un percorso personale, fatto di incontri, deviazioni e ritorni inattesi, dove ogni oggetto, un vino, un tappeto, un dettaglio architettonico, diventa portatore di una storia più grande.

Il titolo è molto evocativo. Cosa racchiude?
La fermentazione è un processo lento, spesso invisibile, che trasforma senza fare rumore. Vale per il vino, certo, ma anche per le persone, per i legami, per le identità. Le “altre” fermentazioni sono quelle interiori: i cambiamenti che avvengono mentre crediamo di restare uguali, le tensioni tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. Il romanzo racconta proprio questo movimento continuo, fatto di attese, ritorni e trasformazioni non sempre lineari.

Nel romanzo l’inchiesta giornalistica sembra quasi un pretesto. È così?
Sì, l’indagine è il motore narrativo, ma non il vero centro. Serve a mettere Ivo in movimento, a costringerlo a uscire dai suoi confini abituali. Da lì in poi tutto si complica: il lavoro si intreccia con la memoria, con le origini, con ciò che è rimasto in sospeso.

Accanto a Ivo compare Lucilla, detta Shamhat. Che tipo di personaggio è?
Lucilla è un’esperta di tappeti antichi, una donna che conosce l’arte come stratificazione di memoria. È una figura di conoscenza, quasi di sapienza. Con lei l’indagine si arricchisce di livelli simbolici: i tappeti diventano mappe, archivi di storie dimenticate.

Tra loro c’è anche un legame personale.
Sì, è un’ex della giovinezza di Ivo. Ed è feltrina, come lui. Questo la rende una figura chiave nel richiamo alle origini: con lei il passato non è solo ricordato, ma rimesso in gioco.

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Il soprannome Shamhat rimanda a un mito antico. Perché questa scelta?
Shamhat, nell’epopea di Gilgamesh, è la prostituta sacra che introduce Enkidu alla civiltà. Negli anni della scuola certi soprannomi nascevano così, quasi per gioco. Ma qui il riferimento funziona: anche la mia Shamhat, in modo moderno, accompagna Ivo in un processo di “civilizzazione” o, meglio, di consapevolezza.

Il viaggio, allora, va oltre lo spostamento fisico.
Assolutamente. È un viaggio soprattutto interiore. Ogni tappa obbliga Ivo a confrontarsi con ciò che ha lasciato indietro: le scelte non fatte, la famiglia, una lingua che non usa più. Feltre, in particolare, è un passaggio duro e insieme delicato: lì non può più fingere di essere solo uno spettatore.

Nel libro convivono vino, arte e indagine. Qual è il filo che li unisce?
Il tempo. Il vino è trasformazione e attesa, l’arte, soprattutto quella tessile, è memoria che resiste, l’indagine è il movimento che tiene tutto in circolo. Sono tre modi diversi di raccontare la stessa verità: nulla resta immobile, ma tutto trattiene tracce del passato.

I gatti compaiono spesso, quasi come personaggi silenziosi.
Mi interessano perché osservano senza giudicare. Non spiegano nulla, ma vedono tutto. Hanno una distanza ironica dagli esseri umani che trovo preziosa: colgono le crepe, i cambiamenti interiori, e li accettano senza farne un dramma.

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E portano con sé anche un immaginario più ampio.
Certo. Come nella storia e nelle leggende: nei porti sono alleati, in certi contesti diventano figure ambigue, persino demoniache, altrove simboli di potere. Sono creature di confine, proprio come molti personaggi del romanzo.

Istanbul è raccontata attraverso aneddoti e figure storiche insolite, come Selim II.
Istanbul è una città unica, stratificata, dove il passato non smette mai di dialogare con il presente. Selim II, detto l’Ubriacone, figlio di Solimano il Magnifico, incarna l’eccesso e la fragilità umana. È una figura che riflette, in modo ironico, le debolezze dei protagonisti.

E Torino, invece, che ruolo ha?
È la città dell’adozione. Rappresenta la routine, il lavoro, una certa eleganza composta. Ma è anche il luogo delle cadute e delle contraddizioni, lo spazio in cui Ivo ha costruito la sua identità adulta.

Il tema delle radici attraversa tutto il romanzo. Quanto è centrale per te?
È la vera spina dorsale del libro. Le radici non come rifugio nostalgico, ma come confronto. Tornare alle origini significa misurare la distanza tra ciò che eri e ciò che sei diventato. Senza questo attrito, non può esserci fermentazione.

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Dopo sette anni senza romanzi, perché tornare proprio ora?
Perché seguo l’ispirazione. Non scrivo finché non sento di avere qualcosa di autentico da raccontare. Qui la spinta è stata la storia familiare, il desiderio di tornare alle origini. Da lì è partita la fermentazione, e a quel punto il libro doveva nascere. Ma non volevo scrivere una saga familiare: non è nelle mie corde. Ho preferito un ritorno alle origini rapido, intermittente, quasi “mordi e fuggi”.

Il libro è acquistabile dal 20.01.25 in tutte le librerie fisiche e on line; da oggi sul sito della casa editrice www.sisifoedizioni.it