Il narratore che dipinge il silenzio: la piccola magia di Lenti alla Gambarina

L’ho conosciuto come narratore, mica come pittore: a Casal Cermelli, durante una di quelle presentazioni in cui ti aspetti il solito scrittore serioso… e invece ti ritrovi davanti Paolo Lenti, che serioso non ci prova neanche. Per fortuna. Scopro subito che quest’uomo, noto ai più per pennelli e tavole a olio, in realtà è anche uno che con le parole si diverte parecchio. E si diverte soprattutto a portarti dove non vuoi andare: nelle paure, negli abissi psichici, nei posti dove l’illuminazione è fioca e gli scricchiolii aumentano. Il tutto raccontato con quella leggerezza da “ma sì, vieni pure, non succederà niente”… e invece succede eccome. Poi, a Casal Cermelli, hanno una bellissima consuetudine: mettere in palio in ua sorta di conviviale lotteria, 10 libri dell’autore presentato quella sera. E io e la mia compagna abbiamo avuto la fortuna sfacciata di vincere entrambi i romanzi che quella sera, appunto, venivano presentati: Il dono (2024) – e qui Lenti si spinge verso il noir, ma senza abbandonare la sua specialità: mostrare che la mente è un posto affascinante… ma anche che sarebbe meglio entrarci con la torcia. Il bello è che lo fa senza mai prendersi troppo sul serio: il dramma c’è, ma lo serve con un sorriso di lato – e Io sono buona (2025), un thriller. E te ne accorgi subito: appena apri il libro senti già il coltellino narrativo che gratta sulla pagina. E Lenti è stato bravissimo a dosare splendidamente il suo lato oscuro e noir, in una scrittura molto coinvolgente.. E mentre parla dei suoi libri a Casal Cermelli, inizi a pensare che probabilmente c’è un filo comune, che forse Lenti racconta come dipinge, con un tocco di chiaroscuro, un sorriso che sembra innocuo, e quell’abilità tutta sua di farti guardare dentro cose che, in effetti, avresti preferito lasciare lì a riposare. “Quando non dipingo, scrivo. Così, semplicemente”, dice lui. E in quella semplicità c’è la sua forza: un narratore che non ha paura di parlare della paura.
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E così, dopo aver scoperto a Casal Cermelli il Lenti narratore — quello che ti accompagna per mano nei suoi racconti come se stesse offrendoti una tisana, salvo poi buttarti nelle profondità della psiche con eleganza sadica — arrivi al Museo della Gambarina di Alessandria per vedere cosa combina quando invece prende in mano i pennelli. E scopri una cosa sorprendente: Paolo Lenti è identico su tavola come su pagina. Solo che al posto delle parole usa i colori. E anche lì, non si risparmia. La sua piccola mostra, “La luna di carta”, è una di quei quadri in una esposizione che non puntano sulla quantità, ma sulla capacità di farti dire: “Ma dai? Questo non me l’aspettavo.” Le opere sono tutte dipinte a olio su legno, lucidate come se volessero riflettersi nei tuoi occhi prima ancora che tu le guardi davvero. Sono nate appositamente per questa esposizione, e si vede: hanno quella freschezza da “appena uscite dal laboratorio dell’artista”, dove la natura — rigorosamente senza umani, perché l’uomo ultimamente non fa una gran figura — si mostra in tutto il suo silenzioso splendore.

Il titolo, poi, è un omaggio ad Andrea Camilleri. E già questo dice molto: Lenti non dipinge semplicemente paesaggi, dipinge storie senza parole. Ogni tavola è una pagina, ognuna sembra chiederti di essere letta più che osservata. E tu, che l’hai conosciuto come narratore, ti ritrovi improvvisamente dentro un libro fatto di immagini. Un libro che non sfogli, ma nel quale cammini.
La mostra è piccola, sì, ma ha quella magia delle cose che non urlano: ti parla sottovoce, e proprio per questo la ascolti di più. Lenti è presente tutti i pomeriggi — sorride, chiacchiera, ti accompagna come un anfitrione gentile — ma le sue opere, be’, quelle parlano da sole.

La tecnica pittorica di Paolo Lenti: ai confini dell’iperrealismo (ma con l’anima).
Quel che colpisce subito, guardando i quadri di Lenti, è la precisione chirurgica del dettaglio. Sembra iperrealismo, e in parte lo è: ogni oggetto, fiore, figura o angolo di paesaggio è costruito con una cura minuziosa, quasi “a lente di ingrandimento”. Ma Lenti non si ferma mai al puro virtuosismo tecnico: c’è sempre un sottotesto emotivo che ribolle sotto la superficie. Mi appare evidente che la sua pittura può anche essere definita “figurativo moderno”, un’etichetta, forse sin troppo vaga, che cerca di tener dentro tutto: realismo, perfezione formale, ma anche una certa vibrazione contemporanea, una tensione emotiva che spinge le immagini oltre l’apparenza. Uno spazio sospeso, quasi metafisico. Uno spazio che guida alla meditazione.

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Guardando con attenzione i suoi dipinti, ciò che sorprende è la sospensione: le figure e gli oggetti sembrano isolati in un luogo che non è un luogo. Si tratta proprio di una dimensione “metafisica”, dove personaggi e nature morte galleggiano come se fossero appena emersi da un sogno, i contorni sfumano, lo sfondo non definisce un ambiente ma un’atmosfera e la luce diventa protagonista silenziosa. Questa sospensione — che ricorda a tratti la scuola metafisica italiana, ma filtrata da uno sguardo molto personale — crea la sensazione che ogni quadro sia una scena trattenuta sul punto di accadere, come se mancasse un frammento per completare il racconto. Il colore è a volte denso, cupo, calibrato, e la sua colorazione è profonda, meditata, studiata al millimetro, ma non per incupire l’immagine, ma per darle profondità: il buio è parte della narrazione visiva, non del dramma, in senso, a mio avviso, assai caravaggesco. La tridimensionalità è ottenuta proprio attraverso la stratificazione sapiente del colore, l’uso calibrato delle ombre, i piccoli colpi di luce che aprono finestre emotive dentro l’opera.

Il risultato è che i suoi dipinti sembrano respirare: l’iperrealismo è presente, sì, ma lavorato con un tono poetico che lo rende più caldo e umano rispetto alle scuole “fredde” dell’iperrealismo tecnico. Un realismo che nasce da memoria e sensazioni. E allora credo che suoi quadri siano il risultato di sensazioni attinte alla memoria degli avvenimenti e delle cose: non riproducono un oggetto, ma riproducono la sensazione di quell’oggetto. E questo è il suo tratto distintivo: Lenti non dipinge ciò che vede, ma ciò che ricorda e sente di ciò che vede. Da qui quell’effetto unico: i suoi dipinti sembrano più veri del vero, ma al tempo stesso leggermente distaccati dalla realtà — come se li stessi osservando attraverso un filtro emotivo. Forse abbiamo a che fare con nn mondo pittorico che dialoga con i suoi libri? E qui torna il parallelo con il Lenti narratore: nei suoi quadri, come nei suoi racconti, c’è sempre un piccolo enigma emotivo, un’inquietudine sottile, un dettaglio che stona quel tanto che basta a far riflettere. Ed è l’inquietudine il filo rosso delle sue opere, dell’armonia compositiva che coesiste con un leggero squilibrio emotivo, con quell’alternarsi di figure e oggetti isolati, come fossero protagonisti di una storia muta. Lenti non è un pittore iperrealista nel senso tecnico del termine. È un pittore iper-realista, nel senso che il reale lo amplifica, lo carica, lo spreme, finché non rivela qualcosa che normalmente sfugge.

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E così, uscendo dalla Gambarina, resta nell’aria la sensazione di aver attraversato non una mostra, ma un passaggio segreto tra due mondi: quello che Lenti racconta con le parole, fatto di ombre, paure e sussurri, e quello che dipinge con il colore, dove la natura respira in silenzio e la luce sembra custodire i ricordi. Le sue tavole, così minuziose da sfiorare l’iperrealismo e così intime da superarlo, continuano a seguirti anche dopo aver varcato la soglia del museo. Ti accompagnano come fanno i suoi personaggi di carta: discreti, inquieti, profondamente umani. E ti accorgi allora che il vero filo che unisce tutto — storie, quadri, silenzi — è la tenerezza con cui Lenti guarda il mondo, anche quando lo ritrae nella sua parte più fragile. Una tenerezza che non grida, non impone, non pretende: semplicemente c’è, come una luna di carta che illumina senza abbagliare.
E forse il bello è proprio questo: che nell’universo di Paolo Lenti, alla fine, si esce sempre un po’ cambiati. Con un’emozione nuova infilata in tasca, pronta a tornare fuori quando meno te l’aspetti.
