Scrivere per guarire: intervista a Gina Scanzani

Prima di lasciarvi scoprire questa esperienza giornalistica, desidero condividere un pensiero personale. Da quando ho conosciuto la mia prossima interlocutrice, si è aperto per me un mondo dal quale continuo ad imparare moltissimo. Per questo motivo, mi sento di consigliare a tutti noi, i cosiddetti “normodotati”, di intraprendere un percorso a contatto con persone come la mia ospite. Vi invito a riflettere su questo punto dopo aver letto i miei appunti. Grazie per l’attenzione e buona lettura.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

L’incontro di oggi è dedicato al potere trasformativo della narrazione con Gina Scanzani, scrittrice e autrice di “Eccomi ci sono ancora” (edito da Terre Sommerse). Il suo libro è la toccante testimonianza di una vita segnata dalla disabilità e dalla lotta contro una grave malattia, un percorso in cui la penna si è trasformata in uno strumento indispensabile di sopravvivenza e consapevolezza.
Gina Scanzani, attraverso la sua esperienza, intende trasferire un messaggio fondamentale a chi affronta condizioni fisiche o emotive difficili: la parola scritta può diventare un’azione attiva di cura, capace di elaborare il dolore e riscoprire una voce interiore più forte. Le abbiamo chiesto di raccontarci come la scrittura è passata da sfogo personale a vera e propria medicina.

L’Intervista

Gina, “Scrivere per guarire: la parola come medicina”. Raccontaci come nasce la tua passione per la scrittura e, soprattutto, il momento esatto in cui hai capito che si poteva trasformare da semplice sfogo in un’azione attiva di cura o di consapevolezza.

La mia esperienza con la scrittura è iniziata quando ero ragazza. Ho 59 anni, quindi molto tempo fa! Le prime forme erano i diari, che per me sono sempre stati un paracadute, il primo appiglio dove mi esercitavo e allenavo la mente. Con l’arrivo dei computer, è nato il blog e la scrittura è proseguita lì. Il bello di scrivere, sia su un diario che su un blog, è che sparisce il pregiudizio e l’imbarazzo che si prova parlando con una persona. Sei tu e te stesso, come guardarsi allo specchio. Quando poi ti rileggi, la rilettura delle tue parole funge doppiamente da cura e consapevolezza. Rileggendo, a volte mi dicevo: “Ero io che scrivevo questo? Sono io che ho provato questa emozione?”. A volte ero incredula o persino impaurita da ciò che avevo scritto, perché non scrivevo solo poesie, ma sfoghi quotidiani.

Era una sorta di introspezione. Ti aiutava a rileggere per programmare gli step della vita? E in che modo questo diario è diventato uno strumento terapeutico nei confronti dei medici?

Sì, esattamente. Questi diari li portavo con me durante le visite, sia dai neurologi che dal mio psicoterapeuta. Lui li faceva leggere a me o leggeva lui stesso ciò che avevo scritto e provato. Il diario era un banco di prova fondamentale. Mi ritrovavo e ottenevo quella consapevolezza necessaria. Era una cosa che mi aiutava da tutti i punti di vista.

A un certo punto, a causa della malattia, in particolare con l’ultimo tumore, hai subito una tracheotomia che può togliere o modificare temporaneamente la voce fisica. In che modo la poesia e la scrittura del libro sono diventate una voce di riserva, o forse una voce più forte e autentica di quello che il tuo corpo ti permetteva?

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

La persona che subisce una tracheotomia vive una paralisi della voce. È come se le venisse impedito di esercitare una parte di sé, ci si sente troncati. Ringraziando Dio, io avevo la scrittura come “macchina” – i miei versi, i miei vocaboli non mi hanno mai tradita. Parlo della poesia come una madre, perché ho sempre scritto fiumi di parole. Ho anche dedicato molte poesie al suono e alla voce, soprattutto nel momento in cui la voce ritornava.

In quel momento, ho vissuto una prova che mi ha segnato. Quando mi sono accorta che la mia voce era cambiata e le persone al telefono non mi riconoscevano più, ho potuto toccare con mano il dramma di chi non ha la voce. Ho fatto una simbiosi con chi è malato di SLA ed è intubato, vivendo, seppur parzialmente, la loro condizione. La scrittura è stata un rimedio per riequilibrare la mia normalità. Colgo l’occasione per sottolineare l’importanza della voce: ho partecipato a un convegno sulla LIS (lingua dei segni), che in Italia non è ancora legge, e lì ho capito quanto sia un dolore non avere questa facoltà.

Passare da quel famoso diario a mettere in gioco il tuo percorso pubblicandolo, mettendoci la faccia… quanto ti è costato, Gina?

Molto. Ma non ero sola, ci tengo a dirlo. Una volta mi chiesero se c’era voluta più forza o coraggio. Risposi: più coraggio. Le persone fragili sono molto forti, ma a volte manca l’input, quella spinta per andare avanti, per spingersi oltre le apparenze. A me quel coraggio è arrivato grazie alla Fondazione Neurone. Data la fragilità del momento in cui stavo vivendo la recidiva del tumore, mi hanno spinta a raccontare tutto il processo pre e post-diagnosi tumorale in un libro.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

Non tutti ci crederebbero, ma quando trovi un medico, come il mio psicoterapeuta, che intuisce il tuo valore artistico, ti incoraggia a scrivere ed è promotore dell’uscita del libro, si apre un varco. Per me era una necessità, una necessità di vita. Avevo bisogno di farlo per vincere un cancro al quarto stadio. Se non l’avessi fatto, probabilmente sarei entrata in depressione, e in un caso come il tumore al quarto stadio, la depressione non lascia scampo.

Il tuo libro, “Eccomi ci sono ancora”, riporta la chiusura poetica: “La mia maternità è fatta di versi, di sogni, di resistenza.” Puoi spiegarci come il verso ha agito come forma di resistenza, non solo emotiva ma quasi fisica, contro la malattia? È un modo per riprendere il controllo narrativo sulla propria esistenza?

Sì, rispondo subito all’ultima domanda: è un modo per prendere il controllo della propria esistenza. La poesia è stata la mia voce e parte del mio percorso narrativo. Quando mi fu detto che non potevo avere figli a causa della malattia, ho trovato rifugio e calore nella poesia. È stato il mio ventre, il mio rifugio. Vedevo un bambino cullato dalla madre e mi sentivo parte e madre di quel bambino; raccontavo subito una poesia, e io ero il quadro di quell’immagine. Oggi, se ho una bottiglia davanti, mi proietto dentro la bottiglia. Materializzo le sensazioni che assorbo dalla vita che mi circonda. Nonostante la carenza di non poter essere madre, ho saputo equilibrare e materializzare quelle sensazioni attraverso i versi poetici. Non ero mai sola; la poesia c’è sempre stata, ma la forza maggiore è stata anche nell’ascolto, che era ed è mia madre.

Per un ascoltatore che sta vivendo un momento di grande dolore e che non ha mai scritto nulla, qual è il primo passo pratico per usare la parola come medicina? C’è una tecnica specifica che consiglieresti?

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

La scrittura terapeutica, per me, deve essere libera e incondizionata. A una persona che sta attraversando un periodo grigio della propria vita, consiglio di aprire un diario e scrivere ciò che sente. Non bisogna porsi paletti o condizioni, perché ci sei solo tu e il diario. Deve essere spontanea, diretta e soprattutto liberatoria. Se si sente di mandare al diavolo una persona, lo deve scrivere, perché è così che funziona.

Nel momento in cui lasci andare paura, tristezza e angoscia, la funzione della scrittura c’è e la terapia sta lavorando. Riconoscerai i suoi benefici a distanza di tempo, perché man mano che andrai a rileggerti scoprirai il processo di crescita che hai compiuto. Ti dirai: “Sono io quello?”. Probabilmente avrai fatto un percorso di crescita che non avresti mai immaginato di poter fare. Quel quaderno è una porta aperta, il tuo primo amico, che ti dice: “Aiutati, perché io sono qui per aiutarti.”

Un Messaggio di Forza

L’esperienza di Gina Scanzani, narrata nel libro “Eccomi ci sono ancora” (edito da Terre Sommerse), è un inno alla resilienza. Consigliamo la lettura di questa testimonianza a chiunque stia affrontando momenti di difficoltà, per riscoprire il valore della propria storia e il potere curativo della parola, che può trasformare la disabilità e il dolore in una nuova, autentica forza.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

PER L’ INTERVISTA INTEGRALE, DI SEGUITO IL LINK DI COLLEGAMENTO  https://www.youtube.com/watch?v=5ostC6ifilE