Il cibo italiano è patrimonio dell’umanità. E adesso chi lo dice a mia nonna?

Quando ho letto che la cucina italiana è diventata patrimonio immateriale dell’umanità, mi sono emozionato. Non una lacrima qualunque: proprio quella che ti scappa quando tua nonna, con la stessa severità di un doge veneziano, ti chiede: “Hai mangiato abbastanza?”. Perché lei, altro che Unesco, tutela la cucina italiana da decenni.
Bellissima notizia, certo. Però mi è sorto un dubbio: quale cucina italiana, esattamente? Quella del sugo che sobbolle per tre ore o quella del “due pennette panna e salmone che ho fretta”? Quella in cui i tortellini galleggiano nel brodo o quella degli chef che ti servono un raviolo solo, da osservare come una reliquia?
È un riconoscimento un po’ generico, diciamocelo. Come dichiarare patrimonio dell’umanità “la conversazione”: sì, ok, ma parliamo dei dialoghi socratici o dei vocali WhatsApp da sette minuti?
L’Unesco, in fondo, ama allargare il concetto. Ha inserito la dieta mediterranea, il canto a tenore, la calligrafia cinese… manca solo la Fila alle Poste e abbiamo fatto filotto.
E qui arriva il vero paradosso, se tutto diventa patrimonio, il vero patrimonio non è forse ciò che resta fuori? Eraclito direbbe che “il valore sta in ciò che sfugge alla definizione”. Diogene, uscendo dalla sua botte, che sarebbe sicuramente non patrimonio, borbotterebbe, “Etichettate tutto e niente vale più un’etichetta”.
E come la tuteliamo, questa nostra cucina? Creiamo un corpo speciale contro la carbonara con la panna? Arrestiamo chi spezza gli spaghetti? Convocano la nonna come consulente tecnica?
Forse la verità è semplice: il patrimonio non è solo la ricetta, ma il gesto. Il cucchiaio di legno, il soffritto che profuma la casa, la nonna che ti riempie il piatto come se stessi per affrontare le Termopili.
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