Nel labirinto dell’anima: il Museo dedicato da Roberto Imarisio a Colombotto Rosso a Mombello Monferrato.

Tra le colline del Monferrato, dove il tempo indugia tra vigne e silenzi, si nasconde una casa che non è una casa. È un varco, un teatro, un enigma. Dietro un portale verde sormontato da una testa di cavallo, si apre il mondo di Enrico Colombotto Rosso: pittore, visionario, inquieto cantore dell’anima.
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Enrico Colombotto Rosso: Il visionario che dipingeva l’anima
Torino, 1925. Da lì parte la parabola di Colombotto Rosso, che attraversa il secolo con pennelli intrisi di ombre e ironia. Le sue tele non consolano: interrogano. Figure deformate, metamorfosi, corpi che si dissolvono in simboli. Vittorio Sgarbi lo definì “il poeta del grottesco”, capace di trasformare il macabro in lirica, il dramma in bellezza. Ma chi era Enrico Colombotto Rosso? Non fu soltanto un pittore: fu un veggente, un interprete delle ombre e delle inquietudini del Novecento. Nato a Torino nel 1925, autodidatta, gemello di Edoardo, scelse la pittura come linguaggio per dare forma a un mondo interiore popolato da figure esili, macabre, sospese tra bellezza e morte.La sua arte appartiene a quel “surrealismo padano” che ha saputo trasformare la memoria delle tragedie in immagini perturbanti. I suoi personaggi sembrano usciti da un sogno febbrile: corpi sottili, volti pallidi, atmosfere plumbee che evocano la fragilità dell’esistenza. Vittorio Sgarbi lo definì «il più visionario, il più turbinoso, disperatamente solitario, luciferino», riconoscendo in lui un artista che dipingeva non la realtà, ma l’anima. Parigi fu per lui un crocevia: lì incontrò Leonor Fini e Max Ernst, affinando un linguaggio che univa suggestioni secessioniste e neo-Liberty a un immaginario spirituale e drammatico.

Ma fu il Monferrato, con il suo eremo di Camino, a diventare il teatro finale della sua vita. Tra rose e gatti, Colombotto Rosso dipingeva ogni giorno, come un monaco laico che consacra la propria esistenza all’arte. Le sue opere, spesso di grande formato, non sono semplici quadri: sono ossessioni, visioni, confessioni. Ossessione, uno dei suoi lavori più celebri, è un disegno monumentale che riflette la sua immaginazione intensa e visionaria. Ogni tratto è un frammento di memoria, ogni figura un simbolo di inquietudine e bellezza. Morì nel 2013 a Casale Monferrato, lasciando un’eredità custodita oggi dalla Fondazione che porta il suo nome. Ma più che nelle istituzioni, la sua presenza sopravvive nei silenzi delle sue tele, in quel dialogo muto che continua a interpellare chi le osserva. Colombotto Rosso fu un artista che non cercò mai il consenso, ma la verità: la verità dell’anima, fragile e luciferina, che si rivela solo a chi ha il coraggio di guardarla.

La casa – museo come specchio dell’inquietudine
Il Museo non è un museo. È un labirinto di stanze che si inseguono come pensieri febbrili, scale che salgono verso il mistero. Manichini mutilati, lampade d’epoca, stampe antiche, fotografie, ceramiche: ogni oggetto è un frammento di memoria, un indizio di ossessione. Qui il visitatore non osserva: ascolta. Si perde. Si ritrova. E si vive così un tempo sospeso e un rito: il rito della visita.Io ho visitato il museo nel settembre 2025, quando il museo ha riaperto le porte con visite guidate e celebrazioni per il centenario. Mombello è diventato un palcoscenico di un rito culturale: non una semplice esposizione, ma un’esperienza iniziatica. Chi varca quella soglia entra in un dramma silenzioso, dove ogni quadro è una domanda e ogni stanza una confessione.

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Il custode visionario
Non è un semplice collezionista: è un alchimista di emozioni. Roberto Imarisio ha trasformato la sua Cantinetta Resort in un tempio sinestetico, dove il vino dialoga con la pittura e la memoria si fa rito. Tra le volte seicentesche, il visitatore non trova solo botti e calici, ma un anfiteatro che sembra scolpito per accogliere il dramma e la bellezza. Qui, le tele di Colombotto Rosso respirano accanto alle ombre di Dalí, ai fantasmi di Leonor Fini, alle provocazioni di Picasso. Ogni opera è una voce… e, dionisicamente, ogni bicchiere un preludio, ogni incontro un atto di teatro. Imarisio ha inventato “Gli Sguardi di Dioniso”, un concept che intreccia arte e vino in un gioco di analogie poetiche: il Grignolino come Caravaggio, sfrenato e irriverente; il Barbera come Dalí, elegante e visionario. Non è marketing: è filosofia liquida, è estetica che si beve. Nei suoi eventi, il Monferrato diventa un palcoscenico iniziatico: letture critiche, performance, nuove opere nate in omaggio al maestro. Sei tele ispirate a Colombotto Rosso oggi abitano la sua collezione, come reliquie di un culto segreto. Imarisio è il custode dell’inquietudine, il cerimoniere che tiene viva la fiamma. Nei suoi spazi, il tempo si sospende: il tannino diventa metafora, la luce si fa dramma, il vino si trasforma in parola. Perché, in fondo, l’arte e il vino hanno lo stesso destino: non si consumano, si celebrano.

La vertigine di una visita. Mi è accaduto che, entrando nel museo di Mombello dedicato a Enrico Colombotto Rosso, mi sono reso conto che non era come varcare la soglia di una normale galleria d’arte. È piuttosto un ingresso in un mondo sospeso, un labirinto di stanze che sembrano respirare con le tele, i disegni, gli oggetti disseminati come indizi di un enigma. Ogni parete è un sipario che si apre su un dramma silenzioso, ogni quadro un frammento di confessione. Le figure esili e macabre che popolano le sue opere si affacciano come presenze inquietanti: corpi sottili, volti pallidi, occhi che non guardano ma interrogano. Sono creature che sembrano provenire da un sogno febbrile, da un incubo che si fa bellezza. La loro fragilità è la nostra, la loro inquietudine è specchio della condizione umana. Il percorso museale diventa un viaggio iniziatico. Si passa da sale dove la luce è plumbea, quasi teatrale, a spazi in cui l’ombra domina e costringe lo sguardo a cercare spiragli. Qui la pittura non è mai decorazione: è ossessione, è memoria, è spiritualità. Colombotto Rosso dipingeva come un monaco laico, ogni giorno, trasformando il suo eremo monferrino in un altare dell’anima.

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Le opere esposte a Mombello raccontano la sua visione estrema: la bellezza che convive con la morte, l’eleganza che si piega all’inquietudine, il dettaglio che diventa simbolo. In alcuni lavori, la tensione estetica è quasi intollerabile: il silenzio prepara la rivelazione, il particolare insignificante diventa chiave di lettura, l’attesa è più drammatica dell’evento stesso. Il museo non è dunque un semplice contenitore di quadri, ma un teatro delle ossessioni. Ogni stanza è un atto, ogni opera un personaggio, ogni oggetto un frammento di scenografia. Il visitatore non osserva soltanto: viene coinvolto, trascinato dentro un dramma che non ha fine, perché continua a risuonare nell’anima. Colombotto Rosso, “luciferino” e “visionario” – come lo definì Sgarbi – appare qui nella sua verità più radicale: un artista che non cercò mai il consenso, ma la rivelazione. Le sue tele sono specchi che non restituiscono il volto, ma l’ombra che lo abita. E a Mombello, quell’ombra diventa esperienza, viaggio, vertigine. E allora occorre riflettere sul fatto che visitare il Museo Colombotto Rosso non è turismo: è un viaggio nell’inquietudine, un incontro con la bellezza che non consola ma scuote. Perché l’arte, quando è vera, non è mai innocua: è un varco verso l’abisso.

