Divinità a termine e cashback: guida al Natale in tempi avversi

Digione, 1951, tutto comincia da lì. Un gruppo di prelati decide che Babbo Natale è troppo rosso, troppo pagano, troppo… commerciale, e lo impicca in piazza come fosse un sovrano decaduto. Lo bruciano pure, convinti di ripristinare l’ordine morale. L’antropologo Claude Lévi-Strauss osserva la scena e capisce benissimo che non stanno eliminando un pupazzo, ma celebrando un rito. E’ la morte rituale della divinità stagionale più pop di tutte, quella che rinasce puntuale ogni dicembre, più forte del Black Friday e delle nevicate simulate nei centri commerciali.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

Settant’anni dopo, Natale 2025: la logica è in sciopero. Sciopero generale, tra l’altro, con adesione del 98%. L’Europa discute animatamente su quanti biscotti al burro siano ammessi nel cenone senza violare le linee guida sul colesterolo, i missili continuano a costare come sfamare l’intera popolazione dell’UE per un mesetto scarso, i bambini vogliono droni sotto l’albero, magari armati, che non si sa mai, e gli adulti fanno la spesa calcolando il rapporto debito/Pil, come se l’Istat potesse benedire il panettone.

In mezzo a questo caos calcolato, Babbo Natale rimane l’unica divinità riconosciuta bipartisan. Nessun dogma, nessun sinodo, solo un outsourcing massiccio e un contratto a tempo determinato. Niente tredicesima, figuriamoci la mutua. Eppure, continuiamo a venerarlo con la stessa devozione con cui i nonni credono alle previsioni del tempo.

Lévi-Strauss ce l’aveva detto che Babbo Natale non è un vecchietto in rosso, è un rito sociale. Un’invenzione adulta per tenere in piedi il fragile equilibrio tra chi sa e chi non deve sapere. Non è antico né misterioso: è un simbolo stagionale, un marchio, un confine tra iniziati e non iniziati, tra chi conosce il trucco e chi si lascia incantare. Ed è proprio lì, nella nostra disponibilità a fingere, che il mito svolge il suo compito, ossia tenerci insieme mentre tutto il resto implode, dalle borse ai valori occidentali, passando per il senso comune.

Così il cenone del 24 si trasforma nella perfetta parabola della modernità, tutti lo commentano, nessuno lo digerisce. L’Europa, intanto, si arrovella su bilanci, tetti al deficit, regolamenti sul cacao minimo e numero massimo di luminarie consentite nel centro di Bruxelles senza violare il trattato sulla quiete pubblica. Babbo Natale consegna regali zigzagando tra missili, droni e notifiche “Buone Feste” mandate in automatico dai Crm aziendali, con la stessa solennità con cui un Ceo firma una fusione che farà piangere metà del personale.

A Digione lo bruciarono per protesta. Oggi non serve neanche accendere il falò. Babbo Natale lo consumiamo. È morto e risorto mille volte, come ogni icona pop che si rispetti, ma adesso rinasce direttamente in vetrina, versione premium, 39,99 euro, batterie non incluse. Non c’è bisogno del rogo liturgico, lo sacrifichiamo ogni volta che clicchiamo “Acquista ora”, quando ci lamentiamo del prezzo del torrone, quando aspettiamo il cashback come fosse la salvezza.

E noi adulti? Gli iniziati, i sapienti? Continuiamo a raccontarci che lo facciamo per i bambini. Per i loro occhi che brillano, per la magia dell’attesa, per la tradizione. La verità, ma non ditelo in giro, è che il miracolo del Natale è la nostra illusione collettiva preferita. Senza di quella, nessuno avrebbe il coraggio di alzare lo sguardo dal cotechino per vedere il cielo, ormai pieno di droni invece che di stelle.