Quello che sembra un gioco diventa un esperimento oscuro, nel singolare romanzo “La catasta” di Marco Candida

Un laboratorio extrascolastico. Tre ragazzi in cerca di avventura. Una comunità segreta che cresce come una catasta di voci e rituali. Quello che sembra un gioco diventa un esperimento oscuro, un mondo di avatar e manipolazioni dove l’adolescenza si trasforma in un campo di prova pericoloso. La Catasta (SISIFO edizioni, 2025) è un romanzo che ti trascina in un mosaico di diari, articoli e confessioni, dove la verità è sempre sfuggente e l’appartenenza può diventare una trappola.
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Ma chi è l’autore di questo singolare ed affascinante romanzo? Marco Candida nasce a Tortona nel 1978, in quella provincia piemontese che diventerà spesso lo sfondo delle sue storie (in questo romanzo diventa Pomona). Fin da giovane coltiva una passione per la scrittura che lo porta a pubblicare, nel 2007, il suo primo romanzo La mania per l’alfabeto. È un esordio che non passa inosservato: il libro viene studiato in ambito accademico e segna l’inizio di un percorso che lo porterà a scrivere oltre venti romanzi e due raccolte di racconti. La sua carriera non si limita ai confini italiani. Candida viene tradotto e pubblicato negli Stati Uniti, partecipa a conferenze universitarie e compare nell’antologia Best European Fiction del 2010. La sua voce, visionaria e sperimentale, si fa riconoscere per la capacità di mescolare linguaggi diversi: diari, articoli, interviste, frammenti che si accatastano e danno vita a un mosaico narrativo unico.
Nel 2025 arriva La Catasta, edito da Sisifo Edizioni. È un romanzo che racconta l’adolescenza attraverso gli occhi di Francesco “Fran” Giachino, un diciottenne che, insieme agli amici Marce e Fili, partecipa a un laboratorio extrascolastico. Quello che sembra un gioco si trasforma presto in qualcosa di più oscuro: un esperimento sociale, una setta improvvisata, un mondo di avatar e segreti condivisi. La narrazione procede come un collage di voci e materiali, evocando atmosfere che ricordano tanto Stephen King quanto la tradizione italiana della metanarrativa. Candida, con La Catasta, conferma la sua ossessione per le forme ibride e per i temi della crescita, dell’identità e della manipolazione. È un autore che non si accontenta di raccontare storie: le smonta, le ricompone, le fa vibrare di tensione e di domande.

Ne La Catasta , tutto comincia con un laboratorio extrascolastico in una cittadina di provincia. Tre ragazzi – Francesco “Fran” Giachino, Marcello “Marce” Audisio e Filippo “Fili” Beltramo – vi partecipano coinvolgendo parecchi altri giovani, adolescenti come loro, tutti convinti di trovarsi di fronte a un’attività innocua. Ma presto i lettori si accorgeranno che dietro quell’esperimento si nasconde un disegno inquietante: un gioco che diventa setta, un gruppo che si trasforma in comunità segreta, un mondo di avatar e rituali che li trascina oltre i confini della realtà quotidiana. La narrazione è intrigante anche perchè non procede in modo lineare: è un mosaico di diari, articoli di giornale, interviste e frammenti che si accatastano uno sull’altro, creando un ritmo incalzante e disorientante. Il lettore si trova immerso in un flusso di voci e documenti che ricostruiscono la vicenda come se fosse un’inchiesta, ma con la tensione di un thriller psicologico.
Il cuore del romanzo è l’adolescenza: la fragilità di chi cerca un posto nel mondo, la fascinazione per l’appartenenza, il rischio di cadere in dinamiche manipolatorie. Candida intreccia questi temi con un linguaggio che richiama il concetto di “Red Pill”, rendendo la storia un viaggio iniziatico, oscuro e magnetico. La “Red Pill” è una metafora nata dal film Matrix (1999): scegliere la pillola rossa significa “vedere la verità”, anche se scomoda, invece di restare nell’illusione confortevole della pillola blu. Negli anni, questo concetto è stato ripreso e trasformato in diversi contesti culturali e online. Ma nel mondo di La Catasta, la “Red Pill” non è soltanto un riferimento cinematografico, ma diventa un linguaggio segreto, un codice che attraversa le pagine come un filo rosso.

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E gli adolescenti de La catasta entrano nel laboratorio extrascolastico convinti di partecipare a un gioco, ma presto scoprono che dietro quell’esperimento si cela un rituale di iniziazione. La pillola rossa, qui, non è una scelta astratta: è il simbolo di un passaggio, di un risveglio che non concede ritorno. Accettarla significa abbandonare la superficie rassicurante della quotidianità e scivolare in un mondo di avatar, confessioni e verità scomode. È come se ogni frammento narrativo – diario, articolo, intervista – fosse una piccola dose di Red Pill, un tassello che costringe il lettore a guardare oltre la facciata. Candida usa questa metafora per raccontare l’adolescenza come un terreno fragile, dove il bisogno di appartenenza finisce di trasformarsi in manipolazione. La “catasta” di voci e documenti diventa allora la rappresentazione di una realtà che si accumula, si stratifica, e che solo chi ha inghiottito la pillola rossa può vedere nella sua crudezza. Il romanzo non offre risposte semplici: la Red Pill è insieme promessa e minaccia, liberazione e trappola. Fran e i suoi compagni la vivono come un varco che li trascina in un universo oscuro, dove la verità non è mai neutra ma sempre destabilizzante.

Ma vorrei sottolineare che nel laboratorio extrascolastico di La Catasta, e nel laboratorio linguistico di Marco Candida, le parole non sono mai semplici parole. Di “Red Pill” vi ho detto, ora vorrei unire quel termine a quello di “Incel”, altro termine strausato nel romanzo. Si tratta di termini che arrivano, ovviamente, dal web, portati dentro le chiacchiere dei ragazzi come frammenti di un linguaggio segreto. E se la “Red Pill” diventa per loro un simbolo di passaggio (accettarla significa aprire gli occhi su verità scomode, abbandonare la superficie rassicurante della quotidianità), invece il senso di “Incel”, parola che significa letteralmente “celibe involontario”, ma nel linguaggio contemporaneo è diventato un termine controverso, che oscilla tra la descrizione di una condizione personale e l’appartenenza a comunità online radicalizzate. Appare fra i giovani come un graffito improvviso, un marchio che qualcuno pronuncia con ironia, qualcun altro con rabbia, è il segno di una cultura che viene da fuori, dalle comunità digitali, e che si insinua nelle loro conversazioni. Non è il cuore della storia, ma è un indizio: mostra come il laboratorio non sia isolato, bensì contaminato da idee e linguaggi che circolano online, pronti a trasformarsi in strumenti di manipolazione.
Così, tra diari, articoli e confessioni, La Catasta diventa il racconto di un’adolescenza che si confronta con parole più grandi di lei. La Red Pill e l’Incel non sono concetti astratti: sono specchi che riflettono la fragilità dei protagonisti, il loro bisogno di appartenenza, e il rischio di cadere in trappole che promettono verità ma consegnano soltanto nuove catene. È un libro che non si limita a raccontare: ti trascina dentro un labirinto di voci, dove la verità è sempre sfuggente e la catasta diventa una catasta di parole… diventa specchio della catasta di vite che, drammaticamente, si intrecciano.
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