Quando l’Arte si tinge di Giallo: «Ritratto di Nobildonna» di Bruno Volpi

Non potrò mai dimenticare la mia scoperta dei Gialli Mondadori...o meglio, ancora prima, dei Gialli per ragazzi, sempre Mondadori. A ben cercare sono ancora li, nella mia immensa biblioteca, quei primi gialli della mia vita, a cui ne sono seguiti tantissimi altri. Ce n’era una serie con una giovane investigatrice, ma io che ero un maschietto, preferivo quelli dei Tre investigatori, che erano firmati furbescamente da un sedicente Alfred Hitchcok (ma naturalmente mica era lui davvero a scriverli), e quelli degli Hardy Boys di Franklin W. Dixon. Erano i primissimi anni’70: io nel ’70 avevo 10 anni, leggevo tanto, tonnellate di fumetti, Salgari, Tarzan o Verne, e…i gialli per ragazzi. Era fantastico, a ricordare ora. Nell’ora meridiana che si chiama controra, i miei andavano a fare un pisolino. Io, in un silenzio che non pareva vero, mi mettevo in un posticino tranquillo, a volte dentro, a volte fuori casa, in compagnia del cane, e leggevo. E com’era bello leggere quei gialli davvero molto classici, nella struttura, nello stile. Il Giallo classico: sapevi benissimo chi erano i buoni: gli investigatori. Sapevi che ci sarebbe stato un mistero, sapevi che alla fine tutto sarebbe stato svelato. Erano libri pieni di adrenalina, si, ma anche rasserenanti, accoglienti, che si leggevano d’un fiato. Solo pochi anni dopo arrivarono i gialli più complicati, magari biblici come l’Ellery Queen di Dieci incredibili giorni, oppure duri come l’asfalto delle strade americane, come i libri dedicati a Philip Marlowe, di Raymond Chandler. E poi, brividi più cupi, con le follie di Edgar Allan Poe e l’orrore cosmico di Lovecraft, che sconvolsero per sempre la mia idea di letteratura di genere. Però anche oggi è bellissimo prendere in mano un libro, sapere a priori che si tratta di un Giallo Classico, e godersi, di genuino piacere, la vicenda, bevendo d’un fiato o quasi tutta la proposta letteraria fra le nostre mani. Così mi è accaduto per l’ultima fatica di Bruno Volpi, questo, davvero molto intrigante, Ritratto di Nobildonna, che è uscito pochi giorni fa per i tipi della Damster, peraltro con una copertina bellissima, di grande eleganza.
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Qui Bruno Volpi fa il riuscitissimo tentativo di innestare il Giallo con l’altra sua produzione letteraria: le vicende legate alla Storia dell’Arte. Io ho letto sia i suoi tre romanzi dedicati al commissario Badalotti, ambientati, con perizia, in un’Alessandria grigia di nebbia o di afa, sia i due, che sono comunque sempre opere narrative, dedicati a storie nella Storia dell’Arte, La tavolozza dell’anima e Chiaroscuri di donna. Si tratta a mio avviso di un ottimo viatico, di natura narrativa, per poter entrare in quel mondo così affascinante, della Storia dell’Arte, appunto, senza doversi rivolgere a ponderosi saggi. Qui Bruno Volpi ha avuto l’idea, a mio avviso vincente, di unire i due mondi. Ve lo spiego meglio. Nel romanzo ci sono, a mio avviso, tre protagoniste principali: il Capitano dei Carabinieri Sofia Crisalide, della Caserma CC di Ovada, la giornalista Marina Pernaccioni…e poi la terza, lei, la Nobildonna del ritratto. Il dipinto di cui si parla nel romanzo, fulcro e motore immoto di tutta la vicenda, è il Ritratto di donna Franca Florio, olio su tela di Giovanni Boldini, firmato e datato al 1924, ma si sa che ha avuto una gestazione molto lunga, con ritocchi e ripensamenti vari. Infatti la vicenda che ci narra Bruno volpi si basa su una diffusa aneddotica, secondo la quale Ignazio Florio, oltraggiato dalla valenza osé della tela, ne chiese al Maestro un’altra versione, stavolta meno provocante, con l’allungamento della veste e l’alzata della spallina. Questa seconda versione, esposta a Venezia e documentata da un’unica foto superstite, stando alla biografia tradizionale, sarebbe poi andata misteriosamente perduta. E miracolosamente ritrovata all’inizio di questo romanzo. E qui mi fermo, ovviamente, per non svelare troppo, di un libro da gustare dall’inizio alla fine.

Però lasciatemi dire qualche parola sui personaggi. Prima di tutto devo ammetterlo: la caratterizzazione dei vari tipi del romanzo, anche di quelli che compaiono poco o nulla, è davvero notevole. In questo le capacità narrative di Bruno Volpi sono aumentate in modo esponenziale, e questo rende la lettura ancora più piacevole e coinvolgente. Sono assai ben costruite le protagoniste. Sofia Crisalide ha un nome che trovo un’arguta metafora…perchè in greco Sofia significa sapienza…e cosa sia la crisalide lo sappiamo…c’è un immensa realtà potenziale in questo nome+cognome, no? Ma leggiamo insieme alcune parole che Volpi le dedica per presentarla: Aveva sempre rifuggito la quiete come se si trattasse di uno stato vegetativo. E questo suo modo di vivere la quotidianità, come se fosse in preda a una continua frenesia, provocava un notevole disagio in coloro che si trovavano ad avere a che fare con lei. Notevole. E la sua co-protagonista, Marina Marina Pernaccioni? Aveva un uomo importante nella sua vita, il padre, che però se n’è andato troppo presto, e lei dice di se: Lo stile di vita ascetico che si era imposta, e che diventava sempre più esasperato, era in qualche modo figlio dello sconforto per quel rapporto troncato improvvisamente dal destino e della convinzione che, solo privandosi di ogni tipo di autogratificazione, avrebbe potuto mantenere dritta la barra verso quella perfezione che era da sempre il leitmotiv della sua esistenza. Come potete ben comprendere da queste poche righe, personaggi davvero a tutto tondo: donne complesse e portatrici di una feconda complessità, che nell’andamento del romanzo vi risulteranno sempre più indimenticabili.

Se poi parliamo dei personaggi antagonisti, assassino a parte, di cui nulla ovviamente saprete da questo articolo, pure loro sono tratteggiati con sapida peculiarità, Intanto il Grande Critico, Ignazio Riva, che assomiglia tanto, ma tanto, ad un notissimo personaggio, famoso e ben riconoscibile. Bruno Volpi così ce lo descrive nel romanzo: Non nuovo a sceneggiate di questo tipo, grazie alle quali aveva anche guadagnato il ruolo di ospite fisso in svariati talk show televisivi. Quarantacinque anni, capello lungo alla Luciano Ligabue prima maniera, corporatura prestante, Riva aveva le physique du rôle per far breccia sui media e non soltanto su di essi. Poi c’è Dorotea Bensi, e Bruno Volpi così ce la presenta: Nonostante non avesse ancora quarant’anni, Dorotea Bensi aveva già assunto una fama significativa nel panorama culturale italiano. Il raggiungimento di tale notorietà era attribuibile a un azzeccato mix di fattori, (compreso) il difficilmente trascurabile particolare di essere stata, per un breve ma sufficiente periodo di anni, la compagna di Massimo Castronni, un noto esponente politico piemontese. Vedete che tocchi, da maestro, al vetriolo? Ma, credetemi, anche tutti gli altri personaggi, dei quali qui non ho lo spazio di presentarvi, sono notevoli e indimenticabili. Io avrò il piacere non banale di accompagnare Bruno Volpi in alcune presentazioni di questo suo ottimo romanzo, e davvero non vedo l’ora. E quindi buona lettura a tutte e tutti voi.
