Vorrei ricordarlo da vivo: la memoria del grande Designer Elio Carmi, che ci ha lasciati.

«Era la festa del YOM KIPPUR – Giorno di espiazione – ma noi, i giovani di cinquant’anni fa, volevamo essere indifferenti a queste tradizioni…dimostrare a tutti i costi la nostra indipendenza intellettuale…e lo facemmo, quel giorno, io e un amico, mangiando…un panino al prosciutto preso dal droghiere sotto casa… Eravamo furbastri e spavaldi…e sciocchi…quando rientrai a casa c’erano a tavola mio padre e suo fratello. Non mi salutarono. Mio zio si rivolse a mio padre. E gli chiese, ignorandomi del tutto: ma tuo figlio dov’è? E mio padre, dopo alcuni istanti di meditabondo silenzio: Ma perché, io ho forse un figlio? Fui ostracizzato in casa mia, per punire il mio osceno comportamento alimentare!»…

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Tutto questo – che ho citato a memoria, spero correttamente – ci era stato narrato da un simpaticissimo signore barbuto, stile profeta dell’Antico Testamento, con sul viso un sorriso agrodolce, come quello che sostava sulle labbra di tutti noi che lo ascoltavamo. Così ci narrava questo ricordo di più di 50 anni fa, il grande Designer Elio Carmi, seduto accanto a Gad Lerner, che moderava con sapienza e maestria il tutto, e alla giornalista Silvana Mossano, che si era occupata dei testi dello splendido, funambolico libro del Designer, FAI CHE FARLO – sottotitolo frammenti di Vita e Design di Elio Carmi. E tutto questo accadeva in un pomeriggio d’autunno, in uno dei meravigliosi saloni di Palazzo Treville a Casale Monferrato, sede dell’Accademia Filarmonica, la cui Presidente la Signora Serena Monina, mi aveva invitato a partecipare, e che molto ringrazio. Che dire? Che era un’atmosfera incredibile, permeata dalla bellezza che tutto possedeva e tutto circondava.

Per via della magnificenza del palazzo, ma anche per via della straordinaria affabulazione di Gad Lerner, che prima dice che non sa un granché che dire, di un libro di design…e poi parla di quello, di altro e di mille altre cose ancora, in un inarrestabile flusso di ricordi, idee e divagazioni. Fantastico. Per via della simpatia e l’acutissima intelligenza di Elio Carmi. Appena iniziato l’incontro fa sorridere tutti nel dire: Ma quanta gente c’è….?? Eh ma mica mi illudo che siate venuti qua per me!! Tutti per Gad Lerner siete venuti! Ma poi tutti colpisce narrando la sua malattia, perché è su una sedia a rotelle, perché, benché non abbia mai e poi mai lavorato alla famigerata Eternit di Casale Monferrato, ha la stessa malefica malattia che ha ucciso quasi 400 persone. Ma la cosa ancora più allucinante è che solo una sessantina erano ex dipendenti dello stabilimento di Casale Monferrato. Tutte le altre persone – come Elio – erano state esposte alla fibra assassina a causa della contaminazione ambientale che ha avvolto in un’ombra malefica tutta Casale. Basti pensare che la polvere maledetta veniva utilizzata anche con il catrame per asfaltare le strade…Elio Carmi ci ha narrato la sua malattia, quel suo essere su una sedia a rotelle, quella voce dolce ma un poco fioca, quella sua aria di rassegnazione. Sarebbe morto poco dopo, e bene lo sapeva. E infatti se n’è andato all’inizio di quest’anno…e aveva soltanto 71 anni…lasciando però dietro di sé il ricordo di un uomo incredibilmente creativo, geniale, appassionato della vita e della bellezza. Un grande designer, una splendida persona.

Elio Carmi è stato davvero uno straordinario rappresentante di questa nostra complicata contemporaneità: era sì un riferimento nel mondo artistico, ma anche per la comunità ebraica…e un uomo normale che viveva nella sua Casale Monferrato velenosa di Eternit. Non a caso all’atto della discussione della tesi di laurea, alla scuola di design, racconta di essersi presentato con una seggiola di eternit. Un sedia, un oggetto fatto per stare in un posto, la casa, ma, ed ecco il brutale, ma anche beffardo, controsenso: fatto di eternit. Proprio lui, sì: il materiale composto da quel veleno orrendo che ha tristemente segnato la storia recente di Casale Monferrato E per ultimo proprio il destino di Elio Carmi. Ma Elio carmi è stato anche colui che nel 2015 ha firmato il logo del Padiglione Italia all’Expo di Milano. Ed è del 2020 il suo progetto per rinnovare la brand identity Gallerie degli Uffizi di Firenze, che gli è valso il premio il Compasso d’Oro. Ma in lui erano anche forti le radici ebraiche, quindi si era speso, soprattutto negli ultimi anni, per la promozione e la valorizzazione della sinagoga e del museo a essa connesso, con l’esposizione di una serie di candelabri a nove bracci in ceramica, i cosiddetti, in ebraico Chanukkiah. E sempre a lui si deve la creazione del festival internazionale di cultura ebraica Oyoyoy! Tra gli scritti impostanti, cito quello del 2013, scritto con Elena Israela Wegher, Branding D.O. Progettare la marca. Una visione design oriented. Ma è ora di parlare di quello presentato a Casale.

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E poi, quindi, quel libro: FAI CHE FARLO.  Una sorta di ultimo atto, di finale di commedia, che ha visto la stretta e strenua collaborazione fra Elio e la giornalista Silvana Mossano, che sarà pure di origine ebraica, ma ha un modo di fare e di porsi e parlare per nulla retorico, fatto di semplice ma acuta intelligenza, che trovo molto sabaudo. Quando ci ha raccontato del suo contributo alla stesura del libro, lo ha fatto con un entusiasmo trattenuto, una grazia serena…che mi è piaciuta moltissimo. Ci ha narrato di quel luglio 2022. Cosa si fa quando viene una persona trovarci? Magari un dolce? Io ho fatto una cosa semplicissima: una torta panelatte. Dopo quella prima conversazione, resa faticosa da una calura insopportabile… e purtroppo sottoposta al disdoro di una malattia – il mesotelioma – di Elio, appunto. Ci ha narrato Silvana Mossano, che Mi sono trovata in questa condizione: avevo accettato, al buio, la sfida di partecipare alla costruzione di un progetto di cui, con certezza, sapevo soltanto che cosa NON avrebbe dovuto essere. E alla fine che ne è venuto fuori? Un libro singolare che è un percorso formativo, irregolare, sghembo, contraddittorio. Che ruota intorno al numero 18. Lascio la parola a Silvana, che spiega nel suo testo: Un giorno, Elio spunta fuori con il numero diciotto e ne evoca un significato speciale. Mi si è accesa una luce, mi sono entusiasmata a questo diciotto. Ho fatto ricerche, ho scoperto, ad esempio, che in ebraico (secondo la «ghematria», che studia il significato delle lettere ebraiche e assegna loro dei valori numerici) la parola «chai», che significa «vivente», è composta da due lettere la cui somma dà il numero diciotto. Affascinante assai. E allora il libro si è formato mescolando ordinatamente, in 18 capitoli,  quei frammenti di vita e design, raccolti e riuniti per ottenere, sic et simpliciter, un amalgama unico che coincida con l’identità di Elio Carmi.

E allora ecco come possiamo ricordarlo da vivo: aprire, sfogliare, annusare, leggere qua e la o dove si vuole, quel suo bellissimo e coinvolgente testamento culturale che è FAI CHE FARLO. Possiamo così prendere ad esempio di vita e ispirazione un uomo che non ha mai del tutto abbandonato le sue radici piemontesi, casalesi, ma che è poi stato ovunque ammirato e conosciuto, anche per le centinaia di loghi creati. Una sorta di metaforica sintesi di molteplicità che si agglutinano in una personalità unica al mondo. Estremizzando posso chiedermi: la vita è un progetto? – si domanda Elio Carmi alla fine del libro – Dunque un percorso di design? È questo perché? O forse è solo il narcisismo di un settantenne che sente che il tempo fugge? Forse sì, forse no… pensiamoci. Un finale aperto in una sorta di pluridimensionalità dell’essere e dell’esistenza, degno di un grandissimo artista. Degno di Elio Carmi.

 

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