Il ritorno di un soldato

Oggi riordiamo la fine di un macello, quello della cosiddetta Grande Guerra, 1915-1918. Ma anche il valore di una patria da difendere, con il suo esercito. Storie antiche, le due terribili guerre del passato? Storia d’oggi, perchè oggi in Ucraina difendono una patria. La mia generazione sperava di non vedere più una cosa del genere, e invece…Che poi a me capita di pensare che tutte le guerre si assomigliano molto, troppo. Lo sapete qual è la differenza fondamentale fra la prima e la seconda guerra mondiale, per noi italiani? Che la seconda terminò in un’allucinante guerra civile dove i fratelli sparavano ai fratelli, i padri ai figli…per il resto sono state entrambe un macello a sangue caldo della gioventù italiana.
Per riflettere sullo schifo della guerra, di tutte le guerre, ma anche con un poco di speranza, vi invito a leggere questo breve racconto…scritto per una primavera, ma forse più primavera dell’anima che della realtà. Grazie a chi avrà voglia di leggerlo.
Il titolo è:
“Anche quest’anno torna la Primavera”
Rientrammo in Italia senza neppure poterla vedere. Perché alla Tradotta che dal Brennero ci portò a Milano, prima di partire, avevano inchiodato assi ai finestrini, lasciandoci al buio, invisibili a chiunque. Era il 1945 ed eccoci qui, noi: pochi, stracciati e dispersi, sopravvissuti alla campagna di Russia, noi che eravamo nella 4ª Divisione alpina “Cuneense”: artiglieria da montagna spedita a fare la guerra nell’immensa pianura sovietica.
C’erano alla stazione soldati e caporali che di guerra non ne avevano proprio fatta. Ma ci guardavano con facce disgustate, per la nostra sporcizia, i nostri stracci, le nostre espressioni disperate e feroci. Qualcuno ci chiese di posare le armi, quasi tutte tedesche o russe. Ma i nostri sguardi li fecero subito desistere. Ormai eravamo tutt’uno col nostro mitra. Ma quando ci sedemmo sugli scomodi sedili in legno della tradotta, non ci sembrava vero che stavamo tornando a casa: eravamo frastornati da un misto di paura e felicità.
Poi ci accorgemmo che inchiodavano le assi ai finestrini. Mi sporsi a chiedere che cosa stava succedendo, perché ci chiudevano dentro. Quello, con uno sguardo a metà fra la pietà e il disgusto, mi apostrofò: “Perché non vi vedano! Ma non vi accorgete che fate schifo?”.
Così mi accolse l’Italia, ragazzo alpino catapultato dalle Alpi alla steppa. Partirono per la campagna di Russia 20.000 Alpini della Cuneense. Sapete quanti ne tornarono? Circa 1500. Io, uno di questi. Ma ci ho messo due anni. Dispersi, fuggitivi, poi catturati, poi fuggitivi ancora, e una marcia infinita, io e il piccolo gruppo di ragazzi che siamo lentamente tornati a piedi
verso casa, attraversando un’Europa gelida e distrutta dalla guerra. Un inverno che non finiva più, l’inverno di una generazione mandata al massacro.
Arrivammo a Milano, ma io abitavo a Casale Monferrato. Salutai gli altri, con commozione infinita. Poi su un treno per Vercelli. E da lì, a piedi verso casa. Tutto quello che era accaduto in Italia dal 1943 in poi: la fuga del Re, la guerra vivile, i partigiani, Salò e le stragi naziste, per me tutto ciò non esisteva. Lessi dopo, su libri e giornali, quanto avvenuto. Io e la mia divisa malandata, il foglio di congedo in tasca, a piedi, ancora a piedi, tornavo a casa. Da giorni si era sotto una cappa di nuvole, faceva freddo, a tratti pioveva. Era aprile, ma non sembrava Primavera.
Entrai in Casale. Mi guardavo intorno: la ferrovia bombardata, case distrutte, macerie. Con passo lento, con ansia e timore, andavo a casa. Arrivai al portoncino. Salii i tre gradini e bussai. La porta si aprì, era mia madre. Mi guardò, ed il mio aspetto le mise paura. “Vada via, non ho niente, mi scusi”, mormorò, e mi chiuse lentamente la porta in faccia. Non mi aveva riconosciuto! Mi sedetti sui gradini, inebetito. Certo, pensavo mentre calde lacrime iniziavano a scorrermi sulle guance, avevo la barba lunga, sporca, e i capelli pure, gli occhi spiritati, ero dimagrito tantissimo. E non avevo avuto il coraggio di aprire bocca.
In quel momento mi accorsi che le nuvole si stavano aprendo, e spuntava il sole. Poi mia madre riaprì la porta: “Ma sei tu, sei tu, sei tuuuuu!!!” E si scusava e piangeva, mi abbracciava ed emetteva suoni strani ed inarticolati. Entrambi eravamo preda di una gioia talmente intensa da rasentare la follia. Mentre ci abbracciavamo stringendoci come mai ci era accaduto di stringerci, il sole vinse la sua battaglia contro le nuvole, e ci avvolse entrambi nel suo caldo abbraccio.
Allora guardai mia madre negli occhi e davvero mi traboccava l’anima di mille e mille cose da dire, ma solo le dissi: “Sai, mamma, mi sa che anche quest’anno torna la Primavera”.
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