Il pianismo trascendentale di Simone Gragnani ad Oviglio, per un concerto mozzafiato.

Beh, stavolta esordisco con dei ringraziamenti, giusti e sacrosanti: il primo va ad Arianna Torriani, Presidente di Oviglio Arte, che ha organizzato questo concerto, sabato scorso, nella magnifica Sala Consigliare del Comune di Oviglio, e mi ha esortato a parteciparvi (invito che ho accolto assai volentieri), il secondo va agli organizzatori e fautori del Festival “Alessandria Barocca e non solo…”, che si inventano splendide proposte musicali…ed il terzo ringraziamento, ed è proprio il caso di dire “Last but not Least” (ultimo ma non certo per importanza) al Maestro Simone Gragnani, che ci ha trascinati tutti quanti in un turbine musicale fatto di un abbagliante virtuosismo pianistico, davvero trascendentale (e fu proprio Liszt, il compositore ispiratore, con Chopin, della serata, a comporre gli “Studi d’esecuzione trascendentale“).

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Già il suo recital aveva un titolo emblematico: Chopin VS Liszt. Caspita: sostanzialmente il trionfo del pianoforte romantico! Che però nel caso in specie è in realtà il trionfo del pianoforte romantico nella sua dimensione più straordinariamente virtuosistica. Il brano d’esordio della serata, infatti, ci fa subito capire di che tempra decisamente lisztiana sia Simone Gragnani. Vallèe d’Obermann è un brano tratto dall’immensa raccolta di Liszt “Anni di pellegrinaggio”, dove il grande pianista romantico ha raccolto e rielaborato negli anni di Weimar brani giovanili scritti secondo molteplici ispirazioni. Qui il richiamo del tiolo è letterario, più che geografico, ma il pezzo è davvero emblematico di un virtuosismo fantastico e trascendentale: il semplicissimo tema discendente esposto all’inizio dalla mano sinistra diviene infatti protagonista di grandi peregrinazioni e di trasformazioni sonore, tonali e armoniche, quasi parossistiche nella coda, che Simone Gragnani ci ha restituito con una veemenza che non stento a definire incandescente. Talmente trascinante e convincente da lasciare l’ascoltatore senza fiato, anche perchè la sua straordinaria velocità esecutiva ed il suo impeto interpretativo non prescindevano mai da un tocco perfetto che rendeva nettissima e ben percettibile ogni singola nota. Fantastico.

Dopo questo esordio al fulmicotone, mi aspettavo uno Chopin altrettanto trascinante. Copin di cui, guarda caso, ha presentato due Polacche, i sui brani più veementi e battaglieri: l’Op. 44 e la celeberrima, fantastica Op. 53, “Eroica”. Già sono brani dal grande respiro virtuosistico in sé, ma Simone Grignani ci ha decisamente messo del suo, e ha interpretato le due Polacche con una veemenza ed una velocità davvero…lisztiane. Noi ad ascoltarlo eravamo davvero impressionati e pieni di meraviglia. Un’interpretazione che come un turbine ha saputo trascinarci nel mondo di un virtuosismo infinitamente trascendentale.

Un prorompente virtuosismo caratterizza certamente anche l’ultimo brano del programma: la Rhapsodie espagnole di Liszt. Che ha un tono brillante sin dall’attacco, che Simone Gragnani ha reso con una veemenza incredibile. Ma tutto il brano, con i suoi ritmi marcati e accesi, secondo uno spagnolismo molto idealizzato, inteso come evocazione di canti appassionati, in un paesaggio pieno di sole e punteggiato da ritmi di danza, è assolutamente e profondamente nelle corde del Maestro, che ce ne ha dato prova con un’evidenza travolgente: davvero alla fine del pezzo eravamo tutti senza fiato e pieni di sconfinata ammirazione, perché per quanto velocissima e trascinante fosse l’interpretazione di Gragnani, tuttavia non vi era una sola nota ignorata: tutto era sempre assolutamente limpido e perfettamente percettibile. Davvero straordinario. Anche il bis, l’Improvviso op. 90 n. 4 di Schubert, un delizioso allegretto, è stato semplicemente magnifico: Gragnani lo ha sgranato con una grazia ed una leggerezza esemplari.

E ora lasciatemi dire due parole su di lui, su Simone Gragnani, che ha suonato con la mascherina, non ha praticamente detto una parola, ha addirittura proposto una dietro l’altra le due Polacche di Chopin, senza un minimo di intervallo…così l’ho immaginato, dietro quella mascherina, antipatico e scostante. Nulla di più sbagliato. Ha finito il concerto, si è cambiato (si era fatto una bella sudata, visto che il suo è un pianismo decisamente molto appassionato), è tornato fra noi, si è tolto la mascherina…e abbiamo iniziato una splendida conversazione, dandoci addirittura del tu, sulla sua trascinante interpretazione e sulla musica per pianoforte che meglio si sente nelle corde interpretative. Ne è venuta fuori una specie di rilassata intervista, dove io facevo domande sul suo repertorio, dicendogli quanto mi sarebbe piaciuto ascoltarlo in un contesto pianistico diverso dal virtuosismo trascendentale…e lui che mi rispondeva spesso glissando, con un fare molto sornione e molto simpatico. Mi ha fatto capire che in questo momento della sua vita è interessato al pianismo virtuosistico che ci ha proposto, ma a me che gli dicevo che mi sarebbe piaciuto ascoltarlo interpretare Debussy, ha risposto di preferire Ravel! E decisamente Beethoven a Mozart. In effetti me lo sono immaginato per un attimo ad interpretare le ultime sonate di Beethoven e devo dire che spero di poterlo vedere ed applaudire presto in tale contesto. Insomma: splendido pianista e splendida persona.

Termino con una piccola chiosa finale: ad ascoltarlo c’erano diversi suoi allievi: in prima fila Silvia, la figlia di Arianna, appunto una sua allieva. Le ho chiesto com’è il Maestro come insegnante. Lei con occhi che splendevano mi ha risposto con un semplice: “fantastico!”.

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