Il poggio delle stelle

“Ti ho mai detto che al giorno preferisco di gran lunga la notte? Siamo tutti più belli la notte che attenua  le imperfezioni e fa luccicare gli occhi, anche i più stanchi, anche i più tristi. La notte, che dentro il suo invincibile romanticismo sa trasformare in diamanti persino i sassi di strada.  La notte migliora le cose, le eleva. Aggrazia con la sua onda di luce edifici in rovina che durante il giorno languono di malinconia e che attirano a sé solo i cani randagi in cerca di un muro su cui pisciare. E così succede anche per le città che quando le guardi di notte, magari da sopra un altura, da un ponte, o da un grattacielo non sono più un groviglio di cemento, di strade e superstrade, di fabbriche sbuffanti di fumo e cloroformio, ma un’omogenea distesa di luci pulsanti come un cielo notturno trafitto di stelle. E a parlare di cielo notturno mi è presa un’irresistibile voglia di guardare in su questa sera, di navigare con gli occhi nel mare di stelle e pianeti appesi alla volta nera come l’ebano e iniziare così a fantasticare.

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C’è un luogo perfetto per osservare le stelle, su uno dei colli più alti del Monferrato dove svetta una chiesa, la chiesa di Treville, già bellissima con il sole, ma di notte il suo trasformismo raggiunge l’apice, quando gradualmente appare alla mia vista, ritta sopra al colle. Si accende come un faro proteso al limite della terra: la prima cosa che vedo, ancor prima delle stelle. La raggiungo poco dopo e sotto la curva del cielo con le stelle che l’avvolgono in un’aureola di luce, la vedo materializzarsi finalmente davanti a me: un ideale punto di partenza per iniziare il mio platonico viaggio interstellare, una porta d’accesso verso lo sconosciuto infinito. E così alzo gli occhi e sono pronta a lasciare la terra e a naufragare nel mare profondo e sconosciuto sopra di me. “Prima stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino” cantava Bennato. In questo mare di stelle che il mio campo visivo raccoglie è difficile orientarsi, ma comunque ci provo ricercando la stella che tutti conoscono,  la più costante, come descrisse Shakespeare, la stella del Nord.  La stella più luminosa dell’Orsa Minore, il faro per i fenici, fonte d’ispirazione per i poeti e per curiosi scienziati. La stella del Nord fu invece per gli egizi un’altra stella, Thuban, verso cui venivano orientate le piramidi, in direzione della divinità che per gli egizi rappresentava l’ordine cosmico. Tutta la storia del mondo è contenuta nella luce delle stelle a una distanza inconcepibile per noi. Luce atavica di migliaia, di milioni di anni che arriva dal cielo. In alcuni casi quelle che vediamo sono stelle già morte, ma vive nelle luce che da esse ancora promana. Al pari delle persone care che abbiamo perduto, ma che ancora continuano a vivere in noi attraverso la fiamma ardente e inestinguibile  del ricordo. Le “vaghe stelle dell’Orsa” tanto celebrate dal Leopardi così come da Van Gogh che immortalò in spirali di luce luna e stelle, nel suo celebre dipinto “cielo stellato” quando, internato nel manicomio di Saint Remy de Provence non poteva che inseguirne il ricordo. Di fronte all’immensità dell’Universo ci si sente piccoli e inutili, inesistenti in confronto a sconfinate dimensioni. Le stelle per me sono puntini lontani, eppure so che il solo atomo minuscolo e mortale sono gli uomini. La vita stessa non è che un frammento di quel tempo eterno che è il cielo  stellato.

Il fascino intramontabile della luce eterna, l’approdo a cui noi tutti aspiriamo. Sperare di diventare una stella immortale  dell’universo infinito. Salire al cielo un giorno e diventare luce per l’eternità. A questo ho pensato quando è passata una stella cadente.

 

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