AO AL: Marco Invernizzi: al Centro Riabilitativo Borsalino ricerca e didattica

Il presidente del Corso di Fisioterapia al Borsalino illustra l’aggiornamento degli studi sperimentali in corso
«Sono davvero numerosi i progetti che abbiamo avviato in questi due anni di attività al Borsalino, grazie alla proficua collaborazione di tanti colleghi e del fondamentale aiuto del Dipartimento
Attività Integrate Ricerca e Innovazione». A parlare è Marco Invernizzi, classe 1981, da novembre
2020 alla guida del corso di laurea in Fisioterapia che l’Università del Piemonte Orientale ha
attivato all’interno del Centro riabilitativo polifunzionale “Borsalino” dell’azienda ospedaliera di
Alessandria che vede quest’anno l’ingresso della terza coorte di studenti.
«L’Ospedale Borsalino è una eccellenza, un luogo suggestivo se consideriamo il contesto, unica per
competenze professionali e cliniche – afferma Invernizzi – e dal mio arrivo lo scorso anno, ho
trovato un ambiente fertile, che ritengo possa rappresentare la base per un laboratorio didattico
unico in Italia. Le due giornate dedicate al presidio che si svolgeranno i prossimi 16 e 17 settembre
ne sono una testimonianza. Il corso di Laurea si è da subito integrato nei processi clinici e formativi
del Borsalino, che vede presenti ben tre diversi reparti che spaziano dall’unità spinale alle gravi
cerebrolesioni, agli esiti di ictus e alle gravi disabilità cardio-respiratorie. Senza contare
l’importante ruolo che la riabilitazione svolge quotidianamente presso l’Ospedale Infantile, altra
importantissima realtà clinica nel panorama piemontese per le patologie dell’età evolutiva. Tutti
questi elementi rendono la sede del corso di laurea di Alessandria un polo estremamente stimolante
dal punto di vista sia didattico che di tirocinio professionalizzante e permettono agli allievi
fisioterapisti di approfondire tematiche molto diversificate in ambito riabilitativo arricchendo in
maniera considerevole il loro bagaglio formativo, elemento cruciale per affacciarsi al mondo del
lavoro in maniera competitiva. Sono davvero soddisfatto di quanto siamo riusciti ad avviare finora,
anche grazie all’ottima collaborazione con i responsabili delle realtà riabilitative: Marco Polverelli,
Luca Perrero, Biagio Polla. Loro, insieme ai rispettivi team, sono il riferimento diretto per un corso
di laurea che ruota intorno a quelli che ritengo i due perni fondamentali: la clinica e la ricerca». Il
coordinamento del corso fa capo al Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione, diretto
da Antonio Maconi, cui afferiscono tutte le attività di ricerca e didattica aziendali.
La didattica e la ricerca sono strettamente collegate, elemento testimoniato dall’avvio di protocolli
di ricerca, già sottomessi al Comitato Etico, come spiega ancora Invernizzi: «Sono tre gli studi
avviati che mi stanno particolarmente a cuore. Il primo è dedicato ai pazienti che hanno subito un ictus e ha come obiettivo valutare se in questi pazienti lo stimolo vibratorio somministrato a livello
plantare, associato al normale trattamento riabilitativo, può ridurre il rischio di caduta migliorando
la funzione sensitivo-motoria, influenzando l’equilibrio e la camminata. La letteratura scientifica,
infatti, evidenzia che l’ictus (anche chiamato stroke) è la seconda causa più comune di disabilità e
fonte di deficit motori: tra questi, le cadute rappresentano una delle complicazioni più frequenti;
quindi, misurare il grado di raggiungimento dell’equilibrio nei pazienti colpiti da ictus con parziale
paralisi del corpo è importante ai fini di un buon recupero funzionale. Lo studio prevede l’utilizzo
di uno stimolo vibratorio nella zona plantare, attraverso un dispositivo innovativo sviluppato e
brevettato in collaborazione con il Politecnico di Torino. Tale stimolazione, che in altre patologie
neurologiche come la Malattia di Parkinson ha registrato un miglioramento dello schema del passo
in termini di velocità, ha come obbiettivo il recupero della deambulazione e la prevenzione delle
cadute nei pazienti post stroke.
Il secondo studio è pensato per le pazienti che effettuano il percorso di riabilitazione dopo gli
interventi chirurgici per il tumore alla mammella, attraverso l’utilizzo di strumenti di realtà
aumentata. Il carcinoma della mammella è la neoplasia maligna più frequente nel sesso femminile
con un’incidenza stimata di circa 3.560.570 nuovi casi nel mondo. Grazie alle nuove opzioni
terapeutiche e soprattutto alla diagnosi precoce, la sopravvivenza dei soggetti affetti da tale
patologia è in aumento e ad oggi si attesta intorno a 5 anni quasi nel 90% dei casi. Tra i disturbi più
comuni nelle pazienti, molti riguardano l’arto superiore e la spalla, tra cui una ridotta capacità
nell’ampiezza del movimento, una ridotta forza muscolare, dolore, fatigue e linfedema.
Quest’ultimo è dovuto ad un accumulo di liquido nei tessuti interstiziali causato dall’incapacità del
sistema linfatico di trasportare il fluido linfatico al di fuori dell’area colpita. Le donne che hanno
subito trattamento chirurgico o terapia radiante a seguito di carcinoma mammario sono a rischio per
tutta la vita di sviluppare linfedema, la cui valutazione del rischio di insorgenza può essere
‘misurata’ anche attraverso mutamenti nel volume del braccio vicino alla zona malata. Lo studio
prevede di analizzare la misurazione del volume dell’arto superiore in diversi momenti (prima e
dopo l’intervento, nel trattamento riabilitativo e a distanza di sei mesi dall’intervento) con l’utilizzo
di un laser scanner e un software sviluppato ad hoc che sfrutta l’intelligenza artificiale. L’obiettivo
è valutare se la misurazione effettuata con laser scanner risulti equivalente ai valori ottenuti con
tecniche di normale pratica clinica quali circometria e water displacement.
Un terzo studio è invece mirato a valutare il trattamento fisioterapico effettuato a seguito della
somministrazione della tossina botulinica di tipo A condotto in nei pazienti con spasticità
conseguente a ictus e trauma cranico. Lo studio vuole confrontare diverse modalità riabilitative, tra
cui un protocollo di teleriabilitazione rispetto alla comune pratica clinica con un occhio particolare
ad individuare gli interventi più efficaci sia in termini clinici ma anche di sostenibilità, soprattutto
nel post-dimissione a livello territoriale. Ricordo che la gestione della spasticità è considerata essenziale nella prevenzione delle deformità, per migliorare la funzione e per alleviare i sintomi
dolorosi nei pazienti con spasticità dopo ictus o trauma cranico e purtroppo questa complicanza
colpisce ben il 30% dei pazienti post ictus, definendo quindi una problematica estremamente diffusa
e disabilitante per questi soggetti. La tossina botulinica di tipo A (che viene sintetizzato con
l’acronimo BoNT-A) rappresenta la terapia gold standard per la spasticità focale, ed è considerata
un trattamento efficace e sicuro per la spasticità focale con bassa prevalenza di complicanze,
reversibilità ed efficacia nella riduzione dell’ipertono spastico, oltre ad essere approvata dalle
Agenzie regolatorie internazionali per questa indicazione. Vorrei inoltre ricordare che i pazienti
affetti da spasticità richiedono accessi periodici al Borsalino che durante la pandemia hanno subito
una riorganizzazione in quanto considerate attività cliniche non urgenti. L’obiettivo è proprio quello
di pianificare il trattamento della spasticità, monitorando attentamente quei pazienti nei quali esso
non può essere ritardato attraverso la teleriabilitazione».
Marco Invernizzi è fiducioso. E aggiunge un’ultima riflessione. «Ad Alessandria ho trovato un
centro di straordinario livello. La riabilitazione ha già un’ottica trasversale ed è stata naturale una
sinergia così rapida e forte con l’Università. E in futuro – conclude – si aggiungerà anche la
riabilitazione oncologica, un bisogno spesso poco considerato ma fondamentale per questi
pazienti».

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