Il Barolo, vino dei Re e Re dei vini

Tornavo, dalla zona di Dogliani verso Alba: si attraversa in questo modo una delle zone collinari più belle del mondo: quella parte di Langa dove avrete sulla sinistra La Morra e sulla destra Barolo…ad un certo punto troverete uno spiazzo, e da lì potrete scattare la stessa foto che ho scattato io, con Barolo ai vostri piedi…era tutto più verde, perché la foto è dei primi di ottobre…ma la vista, ora come allora, rimane semplicemente magnifica, con questo infinito rincorrersi di colline e di vigne…

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Poi, se vi guardate intorno vedrete le vigne da dove nasce questo vino fantastico…che all’origine si chiama Nebbiolo, e con questo nome lo potrete bere se lo imbottigliate l’anno prossimo, e credetemi, è uno splendido vino!…ma se lo fate affinare per almeno 3 anni, di cui almeno 18 mesi in botte, il suo sapore e il suo aroma saranno radicalmente diversi, e anche il suo nome cambierà, e si chiamerà Barolo. Con 5 anni di affinamento, poi, diventerà ancora più particolare, assumendo il nome di Barolo Riserva.

Ma perché questo vino viene chiamato “Il Vino dei Re, il Re dei Vini”?…certo, per le sue caratteristiche straordinarie…ma anche per un motivo…Reale…

Intanto dovete sapere che il Barolo dei primi decenni dell’800 non era per nulla il vino che conosciamo noi ora: era un vino nero dal colore molto profondo, si, ma frizzante e…dolce…un po’ come il Brachetto dell’acquese, ma più forte di gradazione. E come accadde che diventò il vino che è ora? Fu tutto merito di una donna, coraggiosa e lungimirante: Juliette (o Giulia) Colbert de Maulevrier.

Il marchese Carlo Tancredi Falletti, che era il proprietario della stragrande maggioranza delle terre del Barolo, quando sposò, nel 1830 circa, appunto, Juliette (o Giulia) Colbert de Maulevrier, pronipote del famoso ministro delle finanze di Luigi XIV di Francia. Alla morte di Carlo, nel 1838, Giulia acquisì tutte le proprietà della famiglia Falletti. Ma lei vedeva in quel vino possibilità straordinarie. Chiamò quindi nelle sue terre il grande enologo francese Louis Oudart, che applicò le tecniche usate per i grandi vini francesi sul vino prodotto nei possedimenti della marchesa. Oudart collaborò anche con un altro grande protagonista della Storia d’Italia: Camillo Benso, conte di Cavour, che, era all’epoca il ventenne sindaco di Grinzane. Grazie a questo gruppetto di appassionati, si scrisse una delle prime importanti pagine della storia del Barolo moderno, facendolo diventare il vino che è ora, e che, per la prima volta nel 1844, venne imbottigliato come vino secco e fermo.

E fu dietro una richiesta Reale, mossa dalla curiosità per questo vino che iniziava a far parlare le corti di tutta Europa, che Giulia inviò al re 325 carri, ognuno contenente una botte di Barolo: una per ogni giorno dell’anno (tranne quelle dei 40 giorni di Quaresima), in modo che il re e la sua corte potessero deliziarsi ogni giorno del vino prodotto dalla marchesa. Fu così che alla corte di Torino il Barolo venne definito “vino dei re, re dei vini“….

Successivamente Carlo Alberto di Savoia, interessato e ammirato per i vini che venivano prodotti nella zona del Barolo, acquistò le proprietà di Verduno e Pollenzo ed affidò al generale Staglieno, enologo ammiratore della Francia, la cura dei vigneti e la produzione del vino nei vari possedimenti. Ma di Pollenzo, e di quello che ora è diventata, vi parlerò se avrete la bontà di seguirmi, in un prossimo articolo.

Piercarlo Guglielmero

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