La pizza, il mondo in un piatto

Chicago, a inizio 2021, ha avuto l’azzardo di autoproclamarsi capitale mondiale della pizza, riuscendo in quello che gli esperti di marketing definirebbero un ottimo esperimento, riuscendo a far parlare di se e della sua storia nel bene e nel male.

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Questo atteggiamento ha causato una prevedibile insurrezione dei pizzaioli partenopei che proprio non vogliono farsi soffiare la loro migliore “opera d’arte” riconosciuta dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità.

La domanda, adesso, è: chi ha ragione?

Secondo un celebre antropologo, la pizza si è affermata come cibo mondiale e si è integrata in numerose tradizioni culinarie. Questo ha permesso di rendere la pizza come una celebre canzone che può essere suonata in molti modi diversi. La pizza è oggi l’alimento più diffuso sulla faccia della terra , ma la domanda resta la stessa: da dove è partita? La pizza può essere e allo stesso tempo non essere un contrassegno d’italianità, vediamo perché. Se guardiamo il periodo dal 10° al 21° secolo sicuramente sì, i napoletani sono stati i primi a produrla. Ma se allunghiamo lo sguardo all’etimologia ci accorgiamo di come all’origine della parola pizza ci siano altre parole importate da goti e longobardi come “bissa” e “bizza” che significavano pezzo, pezzetto.

Se, però, oggi parliamo di pizza si fa riferimento all’inconfondibile disco sottile e soffice dalle mille sfumature a seconda dei vari paesi, ma che rimandano tutte a quella che noi conosciamo come “pizza napoletana”. E non è un caso che proprio da Napoli siano partiti i primi pizzaioli emigranti, prima verso il nord e poi oltre i confini della penisola.

Siamo noi italiani ad aver fatto conoscere la pizza nel mondo ma, purtroppo, non possiamo né affermare né negare che la nostra sia la più buona.

Ogni cultura e nazione oggi ha reinterpretato la pizza fondendola con le loro tradizioni dando vita a infinite tonalità di gusto e, ahimè, il gusto rimane una delle cose più personali e imprevedibili che si conoscano.

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