Storytelling (ma è meglio dire Narrazione) ovvero la leggenda è tutto quel che rimane di una storia

La leggenda è tutto quel che rimane di una storia, appunto; gli scenari contemporanei sono in continuo mutamento, però, a causa della rarefazione del capitale fisico, materiale che assume mutevoli forme che vanno dal cosiddetto “capitale della conoscenza” all’anonimo investimento monetario.

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Esiste sempre il pericolo che si generi abitudine alle avversità, perciò credo sia stato demandato troppo ai professionisti della narrazione, che sono senz’altro capaci di raccontare le storie del presente, ma in esse occorre inserire un elemento di maggior partecipazione emotiva personale.

Un altro pericolo presente in ogni narrazione letteraria, cinematografica o teatrale è quella cosiddetta legge della “sospensione dell’incredulità”, che pur a favore del pieno coinvolgimento narrativo giunge a confondere realtà e interpretazione (se non addirittura finzione).

Un meccanismo da cui non sono alieni neppure i servizi giornalisti puri, specialmente quelli in video, che sembrano appartenere alla stessa categoria delle immagini cinetelevisive.

Ecco, un lavoro da fare con lo storytelling (ma è meglio usare il termine narrazione) è appunto quello di ritrovare l’emozione nel racconto reale e non già in quello realistico.

Se c’è un pizzico di umorismo o comunque di ironia non guasta affatto, non foss’altro perché con un sorriso si possono trasmettere in modo ancor più incisivo la verità, quella che per gli antichi Romani era “la virtù crudele” (affonda nelle carni come bisturi e ambigua dilania perché affermando di servire, non s’accorda con amore, fare del bene, rispetto per gli altri sino a diventare irrealtà ponendo infine la terribile domanda: che cosa significa essere sinceri?)

Accade purtroppo che fatti reali non soltanto vengano stravolti dalla ripetizione della narrazione, soprattutto da quella orale, ma in conseguenza di questa azione si rafforzi appunto ad ogni passaggio il celeberrimo e terribile “per sentito dire”.

Occorre agire con metodo per ovviare al prevedibile inconveniente del non sapere che cosa raccontare di sé nel proprio mondo e di quella modestissima porzione di mondo frequentata.

Inoltre, sussiste il dramma degli “invisibili” ovvero di quelle persone che ad esempio fanno bene il proprio lavoro, quotidianamente, e vengono notati solamente quando sorge qualche problema, mentre il lavoro dei cosiddetti “invisibili” è fondamentale e le loro attività relativamente ignorate dovrebbe emergere nel dibattito culturale.

Lo storytelling, che in modo decisamente più appropriato ribadisco che si debba scrivere “narrazione”, rivela la costante necessità di raccontare, anzi raccontare storie è un modo per attuare e mantenere la socialità.

Le storie sono comunque reali, nel senso che hanno una consistenza, anche fisica, quindi sussiste la necessità di bilanciare la ricerca di verosimiglianza tipica delle narrazioni di fantasia con la realtà della cronaca, pur tenendo conto che l’aspetto emozionale è condizione (in molti casi inferenza) da cui non possibile prescindere, non recuperabile a pieno da nessuna tecnica.

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