Al caffè della pesa

Chi di voi non ha mai provato nostalgia per un luogo frequentato in passato, tanto da provare un’irresistibile voglia di tornarvi tanto tempo dopo?

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Proprio dall’intermezzo del prima e del dopo, nasce il timore che molto possa essere cambiato, nonostante l’aspetto del luogo induca a pensare al contrario.

Il caffè della Pesa di Vignale Monferrato negli anni d’oro era un’istituzione per i nostri venerdì sera. In inverno e in estate, con la nebbia o con il gelo, non se ne poteva fare a meno, niente poteva tenerci lontano dal consueto appuntamento con la musica.

Malgrado le apparenze deponessero a un ritrovo per pensionati, il Caffè della Pesa, nei fine settimana, si trasformava in un locale dove ascoltare la musica dal vivo di piccole band del territorio Per occupare l’ambitissimo tavolo fronte palco facevamo carte false, eppure non c’era volta che non ce lo portassero via da sotto il naso, per colpa di qualcuno che proponeva di far bisboccia in altri locali .

Così, restavamo a becco asciutto e dovevamo accontentarci di occupare i tavoli al piano di sopra, quelli non ce li avrebbe mai tolti nessuno. Chiaro! A chi poteva interessare seguire un concerto dal vivo da uno schermo a distanza? Al contrario la birra era in presenza e scorreva a fiumi.

Su pesanti vassoi oscillando saliva, per la scala scricchiolante di legno fino nello stanzone del piano di sopra.  Tra una bevuta e l’altra, la notte prendeva vita. Non era solo la musica in quanto tale a innescare il divertimento, ma l’atmosfera dello spettacolo, della gente che faceva crescere la serata all’insegna dell’allegria.  Consumate le birre scendevamo al piano di sotto, facendoci largo tra la calca per conquistare qualche centimetro di spazio. Ci lasciavamo andare al ritmo coinvolgente del free jazz, che ci trascinava dritti nella New Orleans degli anni cinquanta.. Nessuno di noi parlava più. Partecipavamo attivamente assorbendo la musica con  lievi movimenti del capo, muovendo il corpo, le mani, seguendo la forza trainante della musica.

L’intermezzo musicale era il momento per prendere d’assalto il bar. Il barista sapeva il fatto suo. Teneva a mente decine di ordinazioni senza mai sbagliarsi: spillava, versava shakerava, esaurendo le richieste in tempo per la ripresa del concerto. Il suo gilet borchiato me lo ricordo bene così come la nera bandana. Sono quei personaggi che non si dimenticano un po’ fuori luogo per l’atmosfera che si respirava al Caffè della Pesa. Ho sempre creduto avesse una Harley fuori ad aspettarlo a fine serata, ma non ci ho mai fatto caso se l’avesse oppure no..

—e poi accadde. Non so perché ma accadde, I nostri venerdì sera si interruppero. Non ricordo bene quale fu il motivo o forse un valido motivo non c’è stato. Come si dice “è la vita”

Ognuno di noi ha intrapreso strade diverse, ma la tentazione di tornarci ha avuto il sopravvento.

Decisamente l’impatto è stato peggiore di quanto mi aspettassi. Come un ciclone il locale è stato stravolto dal gusto dei nuovi proprietari. Ora è un bar come tanti. Scomparso il palco, gli strumenti musicali e l’ambito tavolo di fronte alla scena, il Bar della Pesa è diventato un locale anonimo. Prendo posto in un tavolino e sono pronta a ordinare ai due giovani sorridenti che si avvicinano prontissimi . Ho la netta sensazione che abbiano da poco rilevato il locale. Hanno l’aria impacciata. “Un caffè per favore” chiedo, poi per rompere il ghiaccio domando loro se nel locale si fa musica. Mi rispondono di no, per il momento non ne hanno l’intenzione.. Avrei speso volentieri due parole sul bar della pesa dei favolosi anni novanta, ma sono ricordi che non si possono trasmettere e poi mi avrebbero considerata un’inguaribile nostalgica. Sarà pur vero, ma non si guarisce mai dai propri ricordi.

Dunque bevo il caffè d’un fiato e esco dal bar.

Ormai è acqua passata.