Insomma, chi decide quanto vale un’opera d’arte contemporanea? di Claudio Braggio

La prospettiva sui prezzi dell’arte contemporanea non ha alcun limite, né alcun termine comparativo ragionevole, essendo del tutto votata alla più estemporanea e umorale in risposta agli stimoli più imprevedibili, anche quando scaturiti da un progetto bel costruito.

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Ci si può chiedere se il riferimento è ad un artista nuovo, emergente o affermato che si possa considerare di buon grado, per corso di studi e capacità tecnica, professionista o comunque dotato di talento, inventiva, buona manualità; sì, insomma, che non sia un dilettante, per sua intrinseca natura pasticcione, supponente, sedicente artista.

Stabilire quanto valga un’opera d’arte contemporanea è cosa semplice e nel contempo invariabilmente complesso, soprattutto perché il mercato dell’arte contemporanea è il mondo più opaco che si possa immaginare.

Il  prodotto di un artista finisce nelle case dei collezionisti o nelle sale dei musei è comunque poco conosciuto da quanti non partecipano al mondo dell’arte anche soltanto come semplici appassionati, ma i moltissimi casi anche da quanti frequentano quegli ambienti sociali.

Il mercato dell’arte contemporanea sta in equilibrio su termini che potremmo esemplificare con la frase “chi ha pagato, quanto e per che cosa”; fuor di provocazione, pur se sarebbe stimolante gettare un poco di benzina sul fuoco, ma è più interessante cercare di comprendere perché e come artisti, gallerie e collezionisti si uniscono per formare il mercato dell’arte contemporanea.

C’è un concetto dietro l’opera d’arte?

Come si collega o come è possibile collegarla ad altri lavori dello stesso artista o di un gruppo?

È davvero un prezzo ragionevole quel che viene chiesto ovvero pagato?

Gli acquirenti hanno comunque bisogno di continue rassicurazioni, anzi di considerevoli e continue rassicurazione prima ed anche dopo l’acquisto, perciò istituzioni, pratiche correnti di mercato dell’arte, intellettuali sono impegnati in modo costante nel fornire tali rassicurazioni.

Un atteggiamento sociale che si traduce soprattutto in marchi a sostegno della qualità, siano essi riconducibili a strutture di produzione (Brand) o vendita ovvero a singole personalità (Testimonial, Influencer), generando risultati imprevedibili, insoliti, bizzarri, particolarmente soggetti a manipolazioni, illusioni, anche vere e proprie truffe.

    Nel mercato dell’arte esistono due cosiddetti marchi naturali rappresentati rispettivamente dalla galleria e dall’artista, essendo le prime inserite in un sistema gerarchicamente ed altamente organizzato e per questo capaci di attrarre i collezionisti, mentre i secondi beneficiamo degli effetti di una notorietà acquisita, non necessariamente per meriti artistici, da cui dipende la valutazione dei beni, le opere d’arte, che producono o di cui riconoscono la paternità (o la maternità, certo).

Il valore di un’opera acquistata oggi finisce col dipendere in modo importante da ciò che l’artista farà in futuro e, in effetti, quest’ultima è in stretta correlazione col passato.

Per tener d’occhio tutte le vicende si finisce con il concentrare l’attenzione generale su un piccolo numero di artisti, fra cui talvolta si ha l’impressione emerga una sorta di “vincitore che si prende tutto” (così diventa molto importante e ricercato, ma poi è lecito domandarsi se lo sarà anche negli anni a venire).

Questo è un elemento strutturale del mercato dell’arte, poiché i collezionisti associano la paternità di un artista alla qualità e per questo si concentrano per i loro acuisti su artisti e gallerie particolari, ma i prezzi non rispondono sempre alle stesse regole in tutti i territori e l’unica certezza è pur sempre quella di quanto un acquirente sia disposto a pagare il prezzo richiesto, garantendo il bene (oh, ma questa regola vale anche sui più modesti mercatini dell’antiquariato!).

Claudio Braggio