Il Monferrato e gli infernot

Il Monferrato e il suo paesaggio. Un immenso tesoro di storia e natura racchiuso tra dolcissime colline dalla prorompente vitalità da cui si diramano usanze e tradizioni inattaccabili dal tempo. Dentro a quel mare di colli ondulati dagli indefiniti contorni emergono, perfettamente conservati, vecchi borghi di tufo e alteri castelli: antiche presenze di un glorioso passato medioevale. Non sono fantasmi adagiati nel rigoglioso scenario, né carcasse di un passato lontano consegnate all’oblio, ma solide e lungimiranti memorie che si esprimono nella tranquillità della campagna e nell’autenticità dei luoghi e sono la consolazione che non tutto sia andato perduto. Vicino alla città ma lontano dalle sue leggi, il mondo che si apre dinanzi a noi non è solo bellezza ma anche sostanza. Quei paesaggi da indossare, quei sapori semplici di cui nutrirci, di mano in mano tramandati con tutta la sapienza e la genuinità che credevamo perduta. Aria tersa e leggera dove spirito e corpo trovano motivo di ritemprarsi mentre in cammino andiamo, tra serpeggianti stradine di campagna, campi di grano e maturi filari di vite dall’ossatura robusta, da cui violacei grappoli d’uva attendono orgogliosi la metamorfosi in nobile nettare. Sepolti sotto i filari che, come soldatini impettiti, si orientano verso la luce del sole, corrono cunicoli di tufo scavati a mano dall’uomo. In queste vene sotterranee che pare conducano al centro della terra, complici madre natura e ingegno dell’uomo, sono state costruite antiche e segrete cantine, dove il vino riposa e invecchia. Gli infernot, appunto. Specie di cantinotti senza luce che costellano gran parte del territorio del Monferrato, divenuti per le loro straordinarie caratteristiche patrimonio dell’umanità. Entrare lì dentro è un po’ come essere inghiottiti dalla terra. Una porta simile a una grande bocca spalancata e un lungo corridoio sono l’ingresso da cui penetrare. Attraverso i gradini si scende in uno spazio angusto. Le pareti contigue incise dai colpi di piccone, strumento con cui sono state scavate, diventano quasi un accesso agli inferi. Per analogia, si è indotti a pensare che il nome derivi appunto da quel luogo infernale profondo e buio; quel che è certo è che invece provenga da un retaggio savoiardo il cui termine significa  “prigione”. Proseguendo nel cunicolo, celata, sul fondo ecco apparire la stanza dell’infernot: tetra e sinistra. L’aspetto, dapprima, potrebbe  trarre in inganno, ovvero confondersi con una tomba o una chiesa sotterranea, in cui  il tavolo e gli scaffali fungerebbero rispettivamente da altare e da loculi. Era quel che asserivano alcuni cinesi durante una recente visita. Da allora e a scanso di equivoci, si è provveduto a “colmare il vuoto” riempiendo la stanza di bottiglie, che ne decretano così l’esatta funzione. Non è poi tanto errato però scambiarli per luoghi di venerazione; qui il vino è venerato e sublimato come un dio. Se ne sta chiuso come in un ventre materno protetto e sicuro affinando il suo gusto con lo scorrere delle stagioni; nell’aura misteriosa di queste piccole grotte, nel  silenzio ovattato delle profondità della terra. Frutto nobile di una terra fertile in cui suolo e sottosuolo si fondono in un’esauribile fonte di tradizioni storiche e culturali e di amabili paesaggi da contemplare e da gustare.

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Simonetta Gorsegno

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